LaMusicaDalBasso: Giubbonsky

Per la rubrica LaMusicaDalBasso oggi Milo ci propone Giubbonsky

di Milo Trombin

SeiUnaGrandissimaTestaDiNicchia

Devo smetterla di usare il tasto RANDOM sul media player del mio pc. Stamane mi ero svegliato allegro e spensierato. O forse non avevo ancora smaltito le birre di ieri, non so bene. Comunque: ero bell’allegro ed avevo voglia di ascoltarmi qualcosa di leggero. Ma il karma è sempre in agguato e dalle casse è partito questo, senza preavviso e senza che potessi intervenire per tempo.

Ecco. Una sana canzone di protesta degli anni 70. Torno coi piedi a terra e mi chiedo: ma esiste ancora la “canzone di protesta”? Cioè, voglio dire, ok i 99posse, ok Caparezza, ok pure ManuChao, ma io intendevo gente più sullo stile di Paolo Pietrangeli, Ivan della Mea, il Bertoli di “Eppure Soffia” o gli Stormy six con la loro “Stalingrado”. E direi di no. Ma non perché non ce ne siano più; è solo che sono passati più di quarant’anni, le lotte operaie qualche risultato l’hanno portato (pochi, in verità, e stanno pure scadendo, ormai) e le priorità sono cambiate. Ma la canzone di protesta, quella cantautorale nello stile di una volta, se cerchi bene, la puoi ancora trovare. E io, modestamente, l’ho trovata. Trattasi di tale Giubbonsky, di Casale Monferrato (anche se ormai è diventato un milanese). Non so se la sua propensione alla protesta derivi da tradizioni familiari o dal fatto che nella sua città natale, grazie alla poderosa fabbrica Eternit, si moriva e si muore tutt’ora come mosche sul raid, grazie al mesotelioma. Lo capisco; io sono di Milano ma ora abito a pochi chilometri da Casale e lo vedo quello che succede; se ci fossi nato, probabilmente anch’io sarei incazzato. Molto più di quanto comunque non lo sia già ora per tutto ciò che vedo. Ok, sono entrato nello spirito giusto. Quindi torniamo a Giubbonsky. È al suo terzo album, suona il sax e la chitarra, canta, scrive, fa cose, vede gente. Ma tutto questo lo trovate anche sul suo sito. Ciò che non c’è scritto, è che tutto questo lo fa decisamente bene. Leggevo qualche giorno fa che è arrivato in finale al Premio Nazionale per la Canzone d’Autore Emergente – Varigotti Festival con questa canzone

e vi dirò: mi piace. Il testo è pesante il giusto per far pensare e ragionare, la musica è un giusto mix di leggera seriosità. Il basso è di Davide Lucini. E, secondo me, è proprio il giro di basso a dare questa “leggera seriosità” al brano: ha un tocco fluido, che si muove leggero sulle corde, lo senti che non ci picchia sopra come nei pezzi rock o punk, sa adattarsi bene; ma sa anche scegliere bene le frequenze, gli alti sono pressoché inesistenti ma il suono non è per nulla impastato. Tutti i suoni si amalgamano a perfezione, come se ci fosse un unico compositore. Ma, e lo leggerete nell’intervista qui sotto, in realtà ognuno ha scritto la propria parte; e questo mostra che c’è un’enorme sintonia all’interno del gruppo. È buio, si sente che è buio, questo pezzo va ascoltato dopo il crepuscolo, perché è quello il momento che si percepisce, quando lo ascolti.

Mi piace. Mi piace perché riesce a regalarti delle immagini anche se non stai attento alle parole. E poi ti accorgi che quelle immagini sono coerenti con quelle parole a cui non prestavi attenzione. Pochi lo sanno fare. Mi pace. Ora scusate ma vado ad ascoltarmi il resto del cd.

BONUS TRACK: IntervistaColProtagonista

Perché hai scelto proprio il basso, tra i tanti strumenti?

In realtà io nasco batterista. In prima elementare alla classica domanda cosa vuoi che ti porti babbo natale? Io non ebbi dubbi rispondendo la batteria. Con mio nonno violinista ascoltavamo la musica (anni 70) e mi insegnava il battere ed il levare, mi insegnava semplici canzoni col violino… Verso i 14 anni cominciai a suonare la batteria nella mia prima band. Poi ricevetti in regalo da uno zio una chitarra acustica che lui teneva appesa in maniera ornamentale sopra una parete; girai le corde alla chitarra (sono mancino) e cominciai a seguire le linee di basso dei rolling stones dei led zeppelin ecc. ecc. Cominciai a comporre robe mie ma da dietro la batteria non è facile farsi ascoltare. Poi ho comperato per 25.000 lirette il mio primo basso elettrico, un eko finto madreperlato bianco veramente figo!

Perché Giubbonsky? come mai proprio con lui?

Cominciai a collaborare come batterista con metrobenzina (sacra famiglia, peter sellers & the holliwood party) e andrea viotti (carnival of fools, la crus) ed altri poeti/scrittori e mettemmo in piedi la cucina incantata una folle band psichedelico sperimentale alcolico molto particolare e poco scontato. Ma io ero stufo di suonare la batteria! Fondai quindi i malakia che voleva essere il primo gruppo punk dove finalmente suonavo il basso, con sezione completa di fiati. Venne fuori qualcosa di unico. Ascoltare per credere. Giubbonsky lo incontrai quando iniziai a suonare con la banda degli ottoni a scoppio; ci conosciamo da 30 anni. Abbiamo iniziato a collaborare in progetti paralleli, nel senso che suonavamo in band differenti agli stessi concerti. Insomma siamo musicisti ma anche “fratelli” come spesso ci chiamiamo fra noi, quindi molte affinità elettive. In realtà poi Onsky mi chiamò in occasione delle registrazioni del suo primo disco “Storie di non lavoro”. Mi chiese di registrare un paio di canzoni che poi divennero quasi tutte quelle del disco. Ad ottobre feci il mio primo live col progetto giubbonsky. Lui, io ed una batteria elettronica che governavo io. Da lì è partita la giubbonsky band che con l’arrivo di Fabio bado (Andrea Labanca, Officine musicali Uboldo) chiudeva un cerchio aprendone un altro. Al secondo disco, “Testa di nicchia”, abbiamo lavorato come una band, dove ognuno aveva possibilità di essere creativo e sistemare le parti ritmiche.

Perché la musica? cosa ti ha spinto a diventare un musicista e non, che so, un architetto?

La musica l’ho sempre avuta nel sangue, nell’anima e nel cervello. Mi ha salvato la vita e non solo a me.

Quanto vali? Mi spiego: nel POP, il basso vale poco e, di solito, tiene giusto la nota alla chitarra. Nella musica cantautorale come quella di Giubbonsky, invece, com’è la situazione?

Cerchiamo sempre di trovare una linea di basso/batteria che ci piaccia, non sia banale ed esalti la melodia e le parole delle canzoni di Onsky. Il basso è uno strumento subliminale, ma gran parte della gente che ascolta musica, quasi tutti, non sa neppure che il basso esista, ma se smetto di suonare capisci subito che manca qualcosa…

Che parte del tuo corpo rappresenta, per te, il basso? (Vale anche se mi dici che è perché hai il “manico” più lungo di quello del chitarrista!)
Io il basso lo sento nella pancia. Per me la parte del corpo che lo rappresenta di più e il ventre.

Se volete dirmi cose, farmi conoscere nuovi gruppi o quant’altro vi passi per la testa, la mia mail è milo.trombin@yahoo.it