La recensione domandata: Gli Omosumo ci parlano del loro album omonimo

Gli Omosumo sono una band palermitana, dietro la quale si celano tre grandi esponenti della musica siciliana: Angelo Sicurella, Roberto Cammarata e Antonio Di Martino. E’ un trio che fa dell’elettronica il suo punto di partenza per addentrarsi in territori inesplorati e difficili da etichettare in un genere specifico. E’ un progetto di derivazione psichedelica, in cui sono evidenti le sperimentazioni, presenti in maniera multiforme nel loro album omonimo di recente pubblicazione, che scopriremo insieme in questa recensione domandata.

Iniziamo a parlare dell’album cominciando dal titolo. Come mai un disco omonimo?

Abbiamo voluto chiamare il disco OMOSUMO da un lato perché la modalità in cui lo abbiamo fatto ci rappresenta in particolar modo, poiché è stato come costruire qualcosa di artigianale suono dopo suono e parola dopo parola; dall’altro perché forse un titolo lo avrebbe chiuso in una geografia concettuale che non desideravamo.

 

Chi ha realizzato la copertina e cosa rappresenta?

La copertina è un olio su tela di Fulvio Di Piazza, pittore palermitano, e si chiama “Madre blu”. Ci piaceva l’idea di mettere in copertina un’immagine visionaria come la mucca generatrice di nuvole di Fulvio. L’abbiamo ritenuta assolutamente in sintonia con quello che abbiamo scritto.

 

Come nasce la collaborazione col produttore canadese Colin Stewart e che tipo di lavoro ha svolto sui brani?

Colin Stewart ha mixato il nostro disco. Durante la scrittura abbiamo capito che lui era la persona con cui volevamo proseguire e finalizzare il nostro lavoro. Ed è stato un bellissimo incontro, come lavorare con un quarto membro della band. Ha capito subito qual era la direzione che volevamo seguire e ci ha portati esattamente dove volevamo arrivare.

 

Ho letto che avete deciso di evitare i riferimenti contemporanei. A cosa è dovuta questa scelta?

Nasce innanzitutto dall’esigenza di esplorarci, di capire come siamo fatti al di là di possibili punti di riferimento attuali. Partire da noi per arrivare a noi. Un esperimento in cui l’isolamento in campagna, in aperta natura, e per diversi mesi, ha influito parecchio.

 

Nella simbologia dell’album che ruolo ha il porto?

Il porto è il luogo da cui si va e a cui si torna. È un luogo di rinascita ed è un luogo di abbandono. È un punto da cui parte sempre una ricerca dell’altrove; sia se vai, sia se torni.

 

C’è un concept dietro questo lavoro?

Si.

Abbiamo centellinato e astratto un argomento che in modo diverso avevamo già cominciato ad approfondire con il disco precedente a questo. E mentre “Surfin’Gaza” parlava di abbandono conservando anche dei connotati geografici e spazio temporali anche attuali (parlando appunto di ciò che accade ancora oggi sulla striscia di Gaza), in quest’ultimo, l’esodo di cui si parla, da parte di una quota della popolazione verso un’altra condizione dell’essere, perde qualsiasi connotato fisico e temporale, diventa astratto e astrale. Vuole dimenticare ogni tipo di unità di misura. Conserva e porta con sé invece il desiderio di voler essere altrove ed esistere in un’altra condizione.

 

Che luogo avete scelto per comporre e registrare i brani?

La campagna. Ci pone in una condizione mentale di luogo/non luogo e di astrazione rispetto ad ogni tipo di contesto; ed è quello che ci serve per scrivere. Già nei dischi precedenti aveva giocato un ruolo fondamentale. A questo giro, questa condizione di totale isolamento e natura ci è stata indispensabile.

 

Avete scelto di “derattizzare” le vostre coscienze dal mondo musicale di oggi. Da cosa volete depurarvi?

Forse da noi stessi.

 

Dove sta il marcio nella musica di oggi?

 Capirlo sarebbe un po’ come definire l’equazione matematica del sistema su cui gira il concetto di origine del tempo nel mondo. Quello che in ogni circostanza può dispiacere è qualsiasi forma di appiattimento e di generalizzazione, le omologazioni che vogliono condizionare la scrittura e la creatività. La superficialità e l’impossibilità in questo mondo frenetico del tutto e subito che fa perdere la storia delle cose e delle persone. Quello che fai è legato da un sottile filo rosso che ti porti sempre dietro; “dove stai andando” fa riferimento a “da dove sei venuto”. In ogni caso. La superficialità, il concetto leggero di hype o di qualsiasi altra cosa simile e superficiale, non ci fa arrivare alla profondità delle cose. O richiede un approccio diverso alle cose da parte degli interessati a farlo. Ma questo discorso è traslabile a molti contesti. Certe volte manca la profondità.

 

Pensate che anche l’ambiente alternativo necessiti di una depurazione?

Depurazione è un termine che mi fa un po’ paura. Ogni tanto, sarebbe interessante capire cosa bolle in pentola, nel contenitore di quello che oggi continua a chiamarsi ambiente alternativo. Forse bisognerebbe fare un po’ più di chiarezza.

 

Qual è il brano più rappresentativo dell’album?

È difficile dirlo. Forse “sei rintocchi di campane” o forse “sui tramonti di Seth”. Ogni brano ha una storia a sé e fa parte di un tutt’uno. È un po’ come dover scegliere tra le dita di una mano. Qual è il tuo dito preferito? Sono tutti diversi e ognuno ha una funzione ben precisa e costituiscono un tutto importante.

 

Chi è questa “Madre Blu”?

È un’entità generatrice di nuvole. È un’arca che ci porta lontano. È un soggetto dell’immaginazione. È un rimando all’antico Egitto. È il nome del dipinto di Fulvio. È tutto quello che vuoi pensare che sia.

 

Per concludere, la domanda che dà il nome alla nostra rubrica: se foste chiamati a recensire il vostro album, su quali aspetti cerchereste di attirare l’attenzione del pubblico?

 Dopo tutte queste domande su di noi e sul disco, ancora di noi dobbiamo parlare?

Ci vediamo ai live, sul palco, o nei camerini. 🙂

Recensione Domandata a cura di Egle Taccia