La recensione domandata – Pollio ci presenta “Humus”

Pollio, che conosciamo bene per il suo passato con gli Io?Drama?, ci parla di “Humus”, il suo album d’esordio solista, un disco col cuore in Sardegna, dalla quale ha pescato sentimenti, strumenti, valori ed emozioni. Un disco spesso amaro, interessante per i temi trattati e per il modo in cui sono stati affrontati. Un disco tutto da scoprire e nel quale riversare tante grandi amarezze.

Ce lo racconta nella recensione domandata.

“Humus” è il tuo primo album da solista. Come ti sei trovato a lavorare al disco in questa nuova veste, dopo l’esperienza con gli Io?Drama?

È stata una bellissima esperienza. Per anni ho lavorato e ragionato come una band, com’è giusto che sia quando si suona in una band, quindi c’ho messo un po’ ad abituarmi, ma poi è venuto tutto naturalmente ed è stata un’esperienza molto formativa. Inoltre, nel mio caso, essere solista non ha significato essere del tutto “solo”. Ho potuto e ho voluto lavorare con svariati artisti, che hanno dato al mio disco preziosi contributi.

Come mai hai scelto questo titolo, che richiama un duplice significato?

Sembrava rappresentare a pieno quello che era contenuto nei miei testi e nel sound che avevo creato. Humus è il background culturale che abbiamo ma è anche, soprattutto, la componente fertile del suolo, che si forma quando una pianta o un animale ci muoiono sopra. Quanto può essere fertile una perdita? È possibile scorgere il bello anche nel brutto? Inoltre, per un ateo come me, l’“humus” è una sorta di paradiso: diventare fertilizzante è la cosa migliore a cui io possa ambire da morto.

Che tipo di sonorità hai scelto per l’album?

Una sonorità che muovesse dal folk per arrivare a qualcosa di molto più arrogante e contemporaneo. Ci sono molti fiati e alcuni strumenti tradizionali come launeddas sarde, bouzouki e scacciapensieri trattati in maniera estrema in fase di produzione, che si fondono a una batteria, un’acustica e poco altro. Le chitarre elettriche sono presenti, ma difficilmente somigliano a chitarre elettriche. Su questo Giuseppe Magnelli devo dire che si è sbizzarrito alla grande.

Ho letto che il tuo album si muove tra street food e chiese sconsacrate. In che modo queste due diverse realtà hanno influito sul disco?

Quella è una descrizione e racchiude più che altro un linguaggio comune a tutto il disco. Molte sono le metafore culinarie e altrettante quelle religiose. Credo siano due elementi molto italiani, che fanno parte del nostro immaginario da sempre. In questo caso si fondono, facendo diventare la cucina un luogo di culto e le chiese dei contenitori vuoti.

Che ruolo ha giocato la Sardegna in questo album?

Fondamentale. C’ho passato molto tempo l’anno scorso e metà dei musicisti del disco sono sardi. Ho riscoperto un certo tipo di quiete e benessere lì, qualcosa di molto lontano dalle mode. Mi ha dato molta ispirazione e molta pace. Ne avevo bisogno e l’ho trovata lì.

Sei andato a ripescare le tue radici, la tua infanzia, le tue origini. Cosa ti ha spinto verso questa ricerca interiore?

Un po’ credo sia per colpa dei maledetti trent’anni. Tiri le somme, rivedi il passato o, soprattutto, cerchi di capire il presente. Credo che io l’abbia fatto per questo. Ho cercato nel mio “humus” per capire come fossi arrivato al punto in cui sono arrivato, nel bene e nel male.

“Oggi è domenica” è un brano che mescola cibo a confessioni importanti su quello che sei. È a tavola che siamo più sinceri?

A tavola siamo sinceri tanto quanto lo siamo altrove ma cucinare spesso mi distrae, lo trovo “zen”. Forse è per questo che quelle confessioni di cui parli sono saltate fuori proprio in cucina. Nel caso di “Oggi è domenica” ero proprio in Sardegna, davanti al camino in cui avevo cucinato per cena.

“Il Figlio Malpensante” è un brano che mi ha colpito per la sua amarezza. L’hai scritto in un periodo particolare della tua vita?

Ad essere sincero no, credo sia stato uno dei tanti periodi in cui mi sono sentito così. L’amarezza mi è abbastanza familiare.

“Angelus” è un brano che parla di religione in modo molto cinico. In che modo ti rapporti alla spiritualità?

Come ti dicevo sono ateo e spesso mi trovo a confrontarmi con certi tabù religiosi. Nel caso di “Angelus” affronto il tema della donazione degli organi, che ho scoperto essere ancora imbarazzante per molti credenti. In questo caso specifico la cosa mi ha riguardato molto da vicino e non potevo tenermi per me certe impressioni. È sicuramente uno dei brani più sofferti che abbia mai scritto.

Per concludere la domanda che dà il nome alla nostra rubrica. Se fossi chiamato a recensire il tuo album, quali aspetti metteresti maggiormente in luce?

Metterei in luce la sincerità dei testi, scritti a cuore aperto, la fruibilità complessiva del lavoro e sottolineerei l’assenza del vintage, ormai apparentemente obbligatorio un po’ ovunque. Non che non subisca il fascino del vintage, ma in questo album è praticamente assente, e credo che oggi sia una cosa da segnalare.

Egle Taccia