La recensione domandata: Alla scoperta di “Alternaïf” dei Pipers

Una nuova recensione domandata, che nasce dalla scoperta di una band che finora non avevo mai incrociato, ma che mi ha conquistata al primo ascolto. Il 21 ottobre esce il terzo album dei Pipers, “Alternaïf”, che è un misto di suoni che credevamo dimenticati, ma che fanno parte del nostro bagaglio emozionale, tanto da avere il potere di riportarci indietro nel tempo. Parlo di brit pop, di un certo folk americano, di brani arricchiti da archi e armoniche, di lidi tranquilli verso i quali lasciarsi andare.

“Alternaïf” è un disco che vi consiglio di ascoltare e i Pipers sono una formazione da seguire con molta attenzione.

Andiamo a scoprire questo bellissimo album, grazie alla recensione domandata che ho realizzato insieme a Stefano De Stefano, voce della band.

Iniziamo a parlare del vostro terzo album partendo dal significato che date al suo nome. Perché “Alternaïf”?

Perché l’approccio è stato volutamente semplice, diretto e immediato. Non direzionato da studi. Ci siamo lasciati guidare dalla canzoni e crediamo di aver provato a dare una alternativa a quello che in genere sta girando per la maggiore nel nostro Paese. E poi i giochi di parole ci sono sempre piaciuti.

Archi, armonica, suoni misti tra il brit pop e un certo folk americano, unito a voci spesso ovattate. Cosa ha ispirato il tappeto sonoro di “Alternaïf”?

Probabilmente Sufjan Stevens, Band of Horses, Travis, Elliott Smith. In ogni canzone abbiamo provato a mantenere un certo equilibrio tra sonorità acustiche e certe atmosfere eteree. Ci sono alcuni pezzi che sono totalmente acustici e altri guidati dalle tastiere. 

È uno di quegli album il cui ascolto rilassa e riporta a paesaggi lontani e pieni di tranquillità. Che sentimenti ispirano i vostri testi?

Che sentimenti ispirano non lo so, posso però dirti da dove vengono. Da alcune mie esperienze personali, che hanno incardinato il mio sentire nei confronti del mondo. In fondo scrivere una canzone è come poggiare una griglia di ordine e significato sul magma di pensieri e sensazioni che ognuno di noi prova ogni giorno quando posa gli occhi sul mondo.

Pipers 1 (Lorenza de Marco)

In base a quali criteri avete scelto i brani da inserire nell’album?

I brani scelti erano almeno il doppio ma sono stati inseriti quelli che erano adatti a scrivere una storia sonora. La giusta combinazione delle canzoni dà modo di far esplorare ogni lato di quello che i Pipers sono oggi, arrivati al terzo disco.

“Empty – handed” è il brano che apre l’album. Vi presentate al pubblico a mani vuote?

Ci presentiamo al pubblico con il brano, forse assieme a Freckles, più struggente ed intenso. Non mi pare poco.

Che tipo di evoluzione ha avuto la vostra musica in questi anni?

Siamo passati dal voler fare il britpop al voler fare canzoni nostre, personali, che fossero in grado di camminare sulle proprie gambe e arrivare alle persone. Ci siamo asciugati da un punto di vista elettrico per virare su colori più naturali e legnosi. 

State ancora cercando un posto nel mondo, oppure l’avete trovato?

Esiste un intero mondo in ogni posto e la sfida sta nel provare a vivere tutti quelli che si presentano alla nostra porta.

“In my dreams” è un brano che riporta a un certo sound inglese. Cosa lo ha ispirato?

È una ballata un po’ sognante e infatti nasce da un periodo in cui spesso ho sognato una persona che oggi non fa più parte della mia vita. Scriverne una canzone mi ha praticamente liberato da questa cosa. Mi piace molto il fatto che nel ritornello la sezione ritmica esce di scena per lasciare spazio alla confessione più importante.

Qual è il vostro sogno più grande?

Vivere in un sistema in cui i locali non si lasciano condizionare dalle agenzie e i musicisti egoriferiti su facebok non cancellano la musica che gli posti in bacheca perché credono che esista solo la propria. Ovviamente in questo mondo la gente i dischi li compra ancora.

“Words” mi fa venir voglia di chiedervi quanto siano importanti le parole per voi…

Talmente tanto da scriverci una canzone. In fondo Nanni Moretti aveva ragione no? Le parole sono importanti.

Per concludere vi pongo la domanda che dà il nome alla nostra rubrica. Se foste chiamati a recensire il vostro album, quali aspetti mettereste maggiormente in luce?

Probabilmente la scrittura e la tendenza a tirar fuori il giusto senza strafare con gli arrangiamenti. In tal senso, un brano come “Empty-handed”, “Freckles” o “Caress My Mind” sono esemplari.

Egle Taccia