PostePay Rock in Roma, quando la disorganizzazione può trasformarsi in dramma

Muse@Rock in Roma, un grande evento di cui l’organizzazione non è stata all’altezza.

Quando un grande evento, capace di riscuotere una partecipazione di pubblico pari a circa 35mila persone (alcuni media riportavano addirittura 40mila), deve fare i conti con un’organizzazione non all’altezza, spesso e volentieri ci si ritrova il giorno dopo a piangere e a chiedersi dove e cosa sia
stato sbagliato. Se ciò non è accaduto sabato notte all’uscita del PostePay Rock in Roma, è stata solo questione di fortuna. Il fatto che però sia andata bene una volta non giustifica, soprattutto in vista dei prossimi grandi concerti, un modus operandi che mette in ridicolo la grandezza di una città come Roma, al cospetto dell’occhio di chi vorrebbe aggiungere un’indimenticabile concerto al suo viaggio nella meravigliosa città eterna.

I Muse a Rock in Roma 2015
I Muse a Rock in Roma 2015

Capisco che raggiungere l’Ippodromo delle Capannelle, privo di un mezzo di trasporto privato, sarebbe stata impresa ardua quando la sera prima annuncio ad alcuni amici romani di voler recarmi al concerto dei Muse potendo appoggiarmi solo sul trasporto pubblico. Gli sguardi sono fra il divertito e il preoccupato. Una pacca sulla spalla e un grosso in bocca al lupo. Arrivare non è di per sé complicato, grazie alle gentili indicazioni di un dipendente Atac, raggiungo il PostePay Rock in Roma senza troppe difficoltà. Il viaggio è lunghissimo (oltre l’ora e mezza per via degli infiniti tempi d’attesa fra un cambio e l’altro), ma nel complesso non c’è da lamentarsi.

Il dramma, per fortuna non trasformatosi in tragedia, comincia quando il concerto finisce. I Muse smettono di suonare attorno alle 23.45. Forse un po’ presto per il gusto di alcuni fans che avrebbero gradito qualche canzone in più, sicuramente troppo tardi per il già risicato trasporto pubblico della Capitale. L’ultimo autobus di linea mi passa davanti, già stracolmo di quei previdenti che avevano abbandonato il concerto con buon margine d’anticipo, pur di garantirsi un ritorno a casa. Avevo letto su internet la possibilità di raggiungere Termini attraverso speciali navette, perciò mi dirigo a intuito (non esistono indicazioni) verso cinque (o quattro ora non ricordo precisamente) grossi autobus. Viene subito da chiedermi come quattro (o cinque) shuttle potranno portare a casa tutta questa gente, ma sono fra i primi perciò non me ne preoccupo. Provo a salire, ma il conducente mi comunica che la prima partenza è riservata a chi ha già fatto il biglietto. Giusto. Chiedo quanto ci sia da aspettare per il prossimo giro. Un’ora e mezza. I bus devono fare avanti e indietro da Termini e non è detto che i biglietti non siano già stati acquistati anche per il secondo viaggio. Sempre con molta gentilezza l’autista mi indica la stazione ferroviaria. L’ultimo treno, dice, dovrebbe passare alle 00.40, se cammino svelto non dovrei avere difficoltà.

Il braccialetto per accedere ai treni speciali Poste Pay Rock in Roma
Il braccialetto per accedere ai treni speciali Poste Pay Rock in Roma

Coperta la distanza, ovviamente non ero il solo, perciò immaginatevi un numero indefinito di persone che cammina per strada bloccando comletamente il traffico, raggiungo la stazione. L’apoteosi dell’inefficenza, dalla quale nascono la maggior parte delle disgrazie, comincia qui. La strada è sbarrata da dei ragazzi con la maglietta nera del PostePay Rock in Roma. Mi dicono che non si può accedere alla stazione senza lo speciale braccialetto blu, acquistabile al costo di due euro. “E noi che abbiamo già comprato il biglietto?“, chiede un previdente (nei fatti ingenuo) mio compagno di sventura. “Questo biglietto vale per le Ferrovie dello Stato, che fermano il servizio alle 23.40. I treni che arriveranno sono treni speciali Rock in Roma e si deve fare un altro biglietto” risponde agitato il ragazzo dell’organizzazione.

Chissenefrega, per due euro. In qualche modo devo tornare a casa, non è certo questo il problema. Il problema è che tutta la massa di gente viene dirottata attraverso un ingresso strettissimo all’interno di un parco. La fila è delimitata dal nasto bianco e rosso, che prontamente viene staccato dalla calca. L’assalto al banchettino del braccialetti è niente in confronto a quanto mi aspetta dopo. Gli addetti provano ad organizzare all’interno del parchetto una fila per regolare l’accesso alla stazione. Quando capiscono la velleità del loro tentativo, mollano il colpo. La gente spinge e scavalca la transenne e comincia ad ammassarsi nel piazzale antistante la stazione.

Da questo momento in poi la situazione diventa drammatica. Immaginate Roma il 18 luglio, immaginate una trentina di gradi, immaginate persone in piedi dal pomeriggio, immaginate migliaia di persone che continuano ad arrivare, a spingere, immaginate un accesso quattro-cinque metri per tre, dal quale si accede alla banchina in gruppi di dieci alla volta, immaginate sei treni che arrivano a cadenza regolare ogni 35 minuti (ogni 35 minuti!!!) e che nessuno è in grado di garantire se saranno in grado o meno di trasportare tutte le persone presenti. Il caos. Anche perché la gestione del deflusso di questa massa di gente, ammassata come bestiame in attesa del carro, è in mano a un gruppo di cinque sei ragazzotti, tanto incolpevoli quanto impreparati. Sono loro a prender gli insulti, sono loro malauguratamente a rispondere, riscaldando un clima già di per sé rovente.

Passano due treni e siamo ancora nella calca, la gente spinge sempre di più. Quando arriva il terzo treno sono avanti e comincio ad aver paura sul serio. Siamo pressati al punto da non poter fare a meno di pensare come basterebbe che uno davanti a me inciampi, o anche solo dia comprensiblmente di matto per scatenare un meccanismo che già tante volte è sfociato in autentiche tragedie. Anche perché il piazzale della stazione è stretto e stracolmo e in caso di bisogno non avrebbe vie di fuga. Quando tutta la gente dietro di me comincia a spingere in un senso, e davanti spingono indietro sbarrando le porte, mi viene in mente la tragedia alla “Love Parade di Berlino” nel 2010. Esco in qualche modo dalla calca per andare ad urlare al ragazzotto che tiene chiuso l’altro accesso della stazione, quello riservato a chi viaggia in direzione Ciampino, di aprire, che la gente si sente male e che mai passeremo tutti di qua. “Che vuoi da me, io che ci posso fare, se apro non mi pagano” è la risposta. Chiedo dove siano le Forze dell’Ordine, gli dico di far venire degli agenti o almeno il suo responsabile. Nessuna reazione. Intanto dall’altra parte è l’assalto alla diligenza, la gente spinge, augura la morte a chi scavalca, litiga finendo per mettersi le mani addosso. Scene di inciviltà ed esasperazione, che mai ti aspetteresti di vedere nella Capitale d’Italia.

Alla fine all’ingresso per Ciampino arriva un responsabile dell’organizzazione di PostePay Rock in Roma, vede il mio braccialetto non so per quale colpo di fortuna dice al ragazzotto di far passare me e gli altri quattro o cinque ragazzi che erano li con me. Riesco a entrare, di sgamo, in stazione giungo in banchina e con grande sorpresa vedo qualche Carabiniere, ovviamente in sottonumero, a controllare l’accesso al treno. Salgo a forza. Le condizioni di trasporto sono ai limiti dell’umano, o del bestiale se preferite, ma il viaggio è corto e questo non fa che aumentare la mia rabbia: perché far passare 35 minuti fra un treno e l’altro se il tragitto ne dura meno di dieci? Non lo so, non mi interessa, l’importante è essermi allontanato da quel marasma di disorganizzazione e inefficienza. Penso a quelli che sono ancora là, a come faranno a trovare tutti posto e spero non succeda nulla di grave.

Arrivo a Termini ma l’odissea non è finita. La metropolitana è chiusa, manutenzione straordinaria. Nel piazzale scorgo la navetta sostituitva. Sta partendo. Corro. L’autista mi vede, ma non pare intenzionato a fermarsi, un turista francese si butta letteralmente in mezzo alla strada e ferma il bus. Saliamo lo ringrazio, l’autista è simpatico (anche se, se non fosse stato per il francese avrei dovuto cercare un taxi). Arrivo alla mia fermata, mi fermo al primo bar. Mi siedo e bevo una birra, ripenso che stasera per davvero sono stato vicino a vivere una tragedia.

Mi scuso infine con chi ha avuto la pazienza di leggere, per non aver prodotto una documentazione video o fotografica di quanto vissuto. Prendere il cellulare nello zaino era pressocché impossibile nella calca. Ho visto tanti però girare filmati e scattare foto, sarebbe bello se voleste inviarne qualcuna al nostro indirizzo press@lamusicarock.com, non mancheremo di pubblicarne. Questo scandalo deve finire. E’ prima di tutto un pericolo e poi una vergogna. Come può la nostra Capitale pensare di organizzare le Olimpiadi se non è in grado di gestire un concerto?

Matteo Defendi