Vent’anni fa moriva Kurt Cobain

Il 5 aprile del 1994, nella sua casa sul Lago Washington, Kurt Cobain si toglieva la vita con un colpo di fucile alla testa. Il suo corpo privo di vita, verrà ritrovato solo tre giorni dopo. Moriva così, sola e imbottita di valium ed eroina, la figura più carismatica e l’immagine più forte del rock per quanto riguarda la musica scritta e suonata dal 1990 ad oggi.

kurt-cobainNon sarò certo io a raccontarvi chi fosse Kurt Cobain e come con i Nirvana abbia cambiato la storia del rock. Chi come me ha, per motivi anagrafici, solamente sfiorato il culmine della sua opera rimanendone inevitabilmente affascinato, non può certo pretendere di raccontare cosa dev’essere stato quel periodo per il mondo della musica. Un rammarico che ho, e mi sento di dire abbiamo, cercato di lenire andando in cerca di ogni frammento di racconto, immagine o canzone, probabilmente anche quelli che lui non avrebbe voluto arrivassero fino a noi (vedi l’intrusione rappresentata dalla pubblicazione dei: “Diari”) pur di conoscere qualcosa in più della sua storia.

Ciò che ritorna, nel ricordo di chi ha conosciuto Kurt Cobain, è la descrizione di un uomo di smisurata sensibilità. Difficile immaginare il contrario, sia per quello che è stato capace di scrivere e suonare, sia per il dolore che provava e che l’ha portato il 5 aprile di vent’anni fa a togliersi la vita.

Una morte capace a distanza di vent’anni  di fare ancora discutere, non solo per le dietrologie ancora oggi alimentate da questo racconto, ma anche perché l’immagine di un uomo che aveva il mondo ai suoi piedi, che scriveva la miglior musica del suo tempo e che al chissà quale milionesimo milione di dollari ha deciso di spararsi un colpo in testa, è una di quelle immagini la cui forza impone quantomeno una riflessione profonda, che deve trovare spazio in ognuno di noi.

kurt cobain b-nDire che quanto accaduto vent’anni fa sul Lago Washington abbia consegnato alla storia della musica Kurt Cobain il mito, Kurt Cobain l’eroe non è luogo comune, è però sicuramente limitante. Nel grande poema che è la storia del rock, mi è sempre piaciuto pensare a Cobain come ad Ettore, il principe troiano che cade vittima di Achille nell’Iliade. Un personaggio di sensibilità estrema, condotto dalla sua coerenza ad un tragico quanto inevitabile destino.

Sensibilità e coerenza. È questo, oltre ovviamente alla sua musica, che ancora oggi, a distanza di vent’anni, fa di Kurt Cobain un mito ai miei occhi.

Anche per questo oggi noi de LaMusicaRock abbiamo voluto ricordarlo. Prima con una sua canzone e poi con le parole scritte sul biglietto con il quale Kurt ha voluto accomiatarsi da questo mondo.

« Vi parlo dal punto di vista di un sempliciotto un po’ vissuto che preferirebbe essere uno snervante bimbo lamentoso. Questa lettera dovrebbe essere abbastanza semplice da capire. Tutti gli avvertimenti della scuola base del punk-rock che mi sono stati dati nel corso degli anni, dai miei esordi, intendo dire, l’etica dell’indipendenza e di abbracciare la vostra comunità si sono rivelati esatti. Io non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole. Per esempio quando siamo nel backstage e le luci si spengono e sento il maniacale urlo della folla cominciare, non ha nessun effetto su di me, non è come era per Freddie Mercury, a lui la folla lo inebriava, ne ritraeva energia e io l’ho sempre invidiato per questo, ma per me non è così. Il fatto è che io non posso imbrogliarvi, nessuno di voi. Semplicemente non sarebbe giusto nei vostri confronti né nei miei. Il peggior crimine che mi possa venire in mente è quello di fingere e far credere che io mi stia divertendo al 100%. A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco. Ho provato tutto quello che è in mio potere per apprezzare questo (e l’apprezzo, Dio mi sia testimone che l’apprezzo, ma non è abbastanza).

Ho apprezzato il fatto che io e gli altri abbiamo colpito e intrattenuto tutta questa gente. Ma devo essere uno di quei narcisisti che apprezzano le cose solo quando non ci sono più. Io sono troppo sensibile. Ho bisogno di essere un po’ stordito per ritrovare l’entusiasmo che avevo da bambino. Durante gli ultimi tre nostri tour sono riuscito ad apprezzare molto di più le persone che conoscevo personalmente e i fans della nostra musica, ma ancora non riesco a superare la frustrazione, il senso di colpa e l’empatia che ho per tutti. C’è del buono in ognuno di noi e penso che io amo troppo la gente, così tanto che mi sento troppo fottutamente triste. Il piccolo triste, sensibile, ingrato, pezzo dell’uomo Gesù! Perché non ti diverti e basta? Non lo so. Ho una moglie divina che trasuda ambizione ed empatia e una figlia che mi ricorda troppo di quando ero come lei, pieno di amore e gioia.

Bacia tutte le persone che incontra perché tutti sono buoni e nessuno può farle del male. E questo mi terrorizza a tal punto che perdo le mie funzioni vitali. Non posso sopportare l’idea che Frances diventi una miserabile, autodistruttiva rocker come me. Mi è andata bene, molto bene durante questi anni, e ne sono grato, ma è dall’età di sette anni che sono avverso al genere umano. Solo perché a tutti sembra così facile tirare avanti ed essere empatici. Penso sia solo perché io amo troppo e mi rammarico troppo per la gente. Grazie a tutti voi dal fondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e il supporto che mi avete dato negli anni passati. Io sono troppo un bambino incostante, lunatico! E non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.

Pace, amore, empatia. Kurt Cobain.

Frances e Courtney, io sarò al vostro altare.

Ti prego Courtney continua così, per Frances.

Per la sua vita, che sarà molto più felice senza di me.

VI AMO. VI AMO. »

(Kurt Cobain, To Boddah pronounced)