Bob Marley: 10 canzoni per celebrarne il 31° Anniversario

Oggi ricorre il trentunesimo anniversario  della morte di Bob Marley (1945, St. Ann, Giamaica – 1981, Miami, Florida), lo celebriamo ricordandolo in 10 canzoni (estratte da “Playlist”, il libro antologia di Luca Sofri). Aveva 36 anni quando rifiutò l’amputazione di un piede in cui si era sviluppato un tumore maligno. Difficile sintetizzare sulla sua storia, come altrettanto difficile resta documentarla esaustivamente… lasciamo parlare le sue canzoni. Ne sono state scelte 10, riassuntive (dai  primi anni ’70 agli anni ’80): 

I shot the sheriff (Burnin’, 1973)
Lui ha sì ammazzato lo sceriffo, ma il vicesceriffo no. E poi lo sceriffo gli rompeva sempre i coglioni, e non lasciava che lui facesse crescere ciò che aveva seminato. In senso metaforico o no. (Poi ebbe gran fortuna cantata da Eric Clapton, nel 1974).

Stir it up (Catch a fire, 1973)
Per anni di candore adolescenziale mi è rimasta addosso la convinzione che lui le chiedesse di stirargli le camicie. Naturalmente le chiede ben altro, con abbondanza di metafore convenzionali (placa la mia sete, raffredda i miei bollori, cose così). L’aveva scritta nel 1967 e divenne un successo in Inghilterra cantata da Johnny Nash.

No woman no cry (Natty Dread, 1974)
Non si è mai capito chi l’abbia scritta, ché le vicende giamaicane legate alla gavetta di Marley sono un po’ confuse: se sia stato Marley stesso, il suo amico Vincent Ford che ne è l’autore ufficiale (ma per alcuni Marley gliene regalò i meriti per dargli una mano), o i due assieme. In inglese corretto il titolo significherebbe che senza donne non si piange: ma lo slang giamaicano usa “no” per “don’t”, “non piangere, donna”. È il più grande successo di Marley, la più famosa canzone reggae e uno dei più grandi esempi di che-je-fa-a-‘na-canzone la versione live (ce ne sono esecuzioni diverse in molti dei vari dischi live di Marley).

I shot the sheriff (Burnin’, 1973)
Lui ha sì ammazzato lo sceriffo, ma il vicesceriffo no. E poi lo sceriffo gli rompeva sempre i coglioni, e non lasciava che lui facesse crescere ciò che aveva seminato. In senso metaforico o no. (Poi ebbe gran fortuna cantata da Eric Clapton, nel 1974).

Stir it up (Catch a fire, 1973)
Per anni di candore adolescenziale mi è rimasta addosso la convinzione che lui le chiedesse di stirargli le camicie. Naturalmente le chiede ben altro, con abbondanza di metafore convenzionali (placa la mia sete, raffredda i miei bollori, cose così). L’aveva scritta nel 1967 e divenne un successo in Inghilterra cantata da Johnny Nash.

No woman no cry (Natty Dread, 1974)
Non si è mai capito chi l’abbia scritta, ché le vicende giamaicane legate alla gavetta di Marley sono un po’ confuse: se sia stato Marley stesso, il suo amico Vincent Ford che ne è l’autore ufficiale (ma per alcuni Marley gliene regalò i meriti per dargli una mano), o i due assieme. In inglese corretto il titolo significherebbe che senza donne non si piange: ma lo slang giamaicano usa “no” per “don’t”, “non piangere, donna”. È il più grande successo di Marley, la più famosa canzone reggae e uno dei più grandi esempi di che-je-fa-a-‘na-canzone la versione live (ce ne sono esecuzioni diverse in molti dei vari dischi live di Marley).

Ride natty ride (Survival, 1979)
L’apocalisse che si porterà via i malvagi è resa un po’ meno terrificante dall’andamento della canzone, buono al massimo per farsi tutti assieme un bagno in mare, devoti e peccatori. E “go deh!” pensavo lo potessero dire solo i livornesi che commerciano col campo Darby.

One drop (Survival, 1979)
“They made the world so hard, everyday the people are dying” Uno dei pezzi meno riprodotti diSurvival, il disco di chiamata all’insurrezione africana, è quello col ritmo più eccitante e rilassante assieme (però andò fortissimo in Giamaica).

Redemption song (Uprising, 1980)
Canzoni di libertà, canzoni di redenzione. L’ultima cosa di Marley, stupenda. Meglio la versione da solo, che quella con la band: o anche la bella cover di Joe Strummer. Nell’ultima puntata della prima serie di Lost, la cantava Sawyer.

Forever loving Jah (Uprising, 1980)
“Old man river, don’t cry for me”: Marley era un uomo che conosceva i testi sacri ma anche quelli profani del blues: “old man river” è una espressione consueta del genere, e il fiume di solito è il Mississippi. Forever loving Jah ribadisce il fatto che “non abbiamo paura di niente”, neanche di quelli che spararono contro di lui e sua moglie, nel 1976, alla vigilia di un concerto per la pacificazione tra le fazioni avverse in Giamaica.

Fonte: IlPost