Verbal: Called War – la recensione

VERBALI Verbal tornano con un ep in digitale, Called war, una testimonianza di mutazione  fissata a metà strada tra il disco omonimo (registrato in presa diretta nel 2011) e il prossimo lavoro, la cui uscita è prevista tra qualche mese.

di Eleonora Montesanti

Fermezza. Indomabilità. Poliedricità. Simmetria. Sperimentazione.

Basterebbe questo per definire la conformazione architettonica di Called war, l’ultimo progetto partorito dalle menti caleidoscopiche dei Verbal. Due chitarre, un basso, batteria e tastiere creano quattro trame ritmiche volutamente precise e spigolose come i lati di un quadrato, ognuna verso la propria direzione, ma con uno scopo comune: in sintesi, l’equilibrio formale. Si tratta di un esperimento di math rock basato su rumorismi e poliritmie, su riff ipnotici e scie melodiche costanti, spesso mono-accordiche. Durante l’ascolto si ha la sensazione di riuscire ad individuare ogni strumento; l’impasto è perfetto, ma i confini di demarcazione di ogni sonorità sono a sé stanti e funzionerebbero anche isolati. Anche l’uso della voce è particolare: le parole non esistono, lasciano spazio ai suoni, che, sovrapposti agli strumenti musicali, diventano in sostanza loro complici e riscoprono un significato linguistico diverso e unico.

Mi piace immaginare questo ep come la testa di un soldato in guerra. Un soldato che, a causa delle condizioni in cui vive, è a tratti uomo, a tratti costretto allo stato di automa.

L’ep si apre con Called war, la title track, in cui, idealmente, il nostro soldato è in pieno combattimento con una mitraglia in mano, all’apice della sua disumanità. Le progressioni musicali sono crude e aspre e generano un loop ipnotico necessario a placare ogni tipo di inquietudine e sensazione umana. Subito dopo si trova Disarmer, un brano straniante e disperato che rappresenta la sintesi delle ore che succedono la battaglia: l’adrenalina cala, tornano i faccia a faccia con se stessi, le ossessioni, i sensi di colpa e l’impotenza. Prevalgono amarezza e oppressione: il soldato si lascia andare, ritorna umano. Questa condizione di auto-compatimento non può durare. In un panorama disturbante appare MK, la terza traccia, che riporta sull’attenti: suona come una sveglia ombrosa e prepotente. Dei quattro pezzi questo è il più melodico e vicino alle sonorità del vecchio album dei Verbal, ma ha in più una componente psichedelica che penetra con severità nella mente di chi ascolta e che lo fa sembrare una sorta di mantra o di preghiera; suoni che si ripetono per recuperare la concentrazione necessaria per affrontare ognuno la propria battaglia, poiché non sono permesse distrazioni. Called war si chiude con Rearmer, il riarmo. Il ciclo riparte da una pacatezza imposta matematicamente, si ritorna a combattere partendo da una condizione diversa, in cui ci si accetta, ci si appiattisce a un volere che, noi come il soldato, crediamo sia il nostro.

I Verbal si dimostrano un’alternativa all’alternativa, affrontano una guerra allo stesso tempo personale e collettiva, senza filtri, senza assoggettarsi ad alcun genere preciso, un passo avanti rispetto ad ogni definizione, in continuo mutamento.

I Verbal sono: Gregorio Conti, basso; Isaia Invernizzi, chitarre, omnichord; Alessandro Adelio Rossi, chitarre; Sebastiamo Ruggeri, batteria; Marco Torriani: voce, elettronica.

Di seguito le date del tour.

28 marzo – GRADARA (PU) – Circolo Tatanka

29 marzo – ROMA – Sinister Noise

3 aprile – ASTI – Diavolo Rosso

4 aprile – BOLOGNA – Lokomotiv

11 aprile – PADOVA – Cso Pedro

17 aprile – MILANO – Leoncavallo

25 aprile – TREVISO – Altroquando

9 maggio – SCHIO (VI) – Centro sociale Arcadia

10 maggio – BERGAMO – Edonè