The monkey weather: New frontiers – la recensione

monkey weatherSe nel nostro paese l’indie rock fosse il mainstream  la indipendente  Ammonia Records ci avrebbe visto giusto.

Con le dovute manipolazioni su altalenanti melodie, cori, retro voci e corde non troppo appesantite, questo power trio piemontese ha discrete chance per il futuro. Il loro punto di forza sono i ritornelli che in molti casi esaltano i pezzi e contemporaneamente fanno passare in secondo piano le lacune laddove presenti.

di Alessio Cacciatore

Il pot pourri comprende diverse soluzioni sonore che vanno dalla new wave al garage punk svedese passando per il post grunge. I pezzi in genere sono piuttosto disomogenei portando i ragazzi ad affrontare a testa alta diversi percorsi. Questo salto di qualità rispetto  alle tante formazioni rock nostrane che in qualche modo amano ripetersi ad ogni traccia gioca senza dubbio a loro favore.

La produzione appare fresca, ben definita e arricchita come dicevo da contorsioni e slanci vocali ben calibrati  a partire da  I’m so Sorry. Qui le tastiere sono vicine ad An Honest Mistake dei pseudo celebri  Bravery mentre Rocks dei Primal Scream cinge la ritmica del ritornello.

The Monkey Weather @ Rock n RollIn “New Frontiers” si varia pezzo dopo pezzo ma il filone resta indubbiamente l’alternative mischiata alla new wave, sottogenere  tanto osannato lo scorso decennio.  Another Orizon   come anche il singolo Sandy Vagina gioca con le voci dei due frontman che sembrano prendersi per il culo a vicenda. Nel primo caso la chitarra si aggira fra le glorie degli anni sessanta, fino a sfiorare le intenzioni dei Franz Ferdinan, per poi rockeggiare degnamente nel ritornello. Il suo remix a chiusura dell’album è contrariamente una raccolta di suoni riprodotti malissimo e posti in una sequenza che rende il tutto inascoltabile. Nel secondo ci si  aggira dalle parti dei Green Day dei primi due lavori ma limitatamente al ritornello. Geniale in apertura la costruzione del riff che  porta per mano la sezione ritmica fino  all’inizio della  prima strofa.

Bisogna arrivare alla quarta traccia per trovare la prima e unica canzone il cui sviluppo è incentrato sulla melodia più morbida. In effetti  Tomorrow è una delicatissima lovesong  accuratamente confezionata per ammaliare la parte più sensibile dei nostri pensieri. Peccato che l’intro risulti stucchevole con quell’eccessiva atmosfera sognante, quei coretti ridondanti e i tanti  na-na-na.

October ’85 è un’ottima quarta posizione dell’album. Buone le tastiere e i  tre accordi di chitarra a rotazione. Poco gradevoli quanto insensate le voci abominevoli che si rimpallano prima di  un finale di urla e strepiti.

La cover d’eccezione arriva destando l’anima dei Clash che nel lontano 1980 scossero il pianeta con “Sandinista”, album dal quale i ragazzi hanno preso in prestito Police on My Back. Non è una semplice cover benché identica all’originale ma la dimostrazione che le voci di Paul e Jolly sono roba importante.

Along The Line in apertura è un semplice riff  beat che toccando la prima strofa cambia completamente irruvidendo molto il sound della band. È in questo frangente che il trio  sgomita con il grunge ma la cosa ha vita breve. Il ritornello infatti smentisce tutto con l’arrivo di tastiere, sintetizzatori  e di una chitarra di basso profilo. Il tutto non guasta però il pop raffinato che la canzone preserva.

Try to Be the Best sembra scritta dagli scozzesi 1990’S  per la stessa tendenza nel non prendersi troppo sul serio nel cantato e per la direzione presa in questo più che in altri brani.

New World è in tiro dal primo accordo. Incoraggianti le imprese chitarristiche a suon di riff e le gesta  vocali che nel mezzo danno al brano ancor più energia. Fastidiose le ripetute pause tra strofe e ritornello.