The heart and the void: A softer Skin – la recensione

the heart and the voidÈ uscito il 3 dicembre 2014 A softer Skin, il secondo EP di The heart and the void, progetto solista del musicista cagliaritano Enrico Spanu, per l’etichetta milanese Sangue Disken (Sin/CosRocky Wood, Riga).

Di Elena Giosmin

A poco piùdi un anno dal precedente ep, Like a Dancer, e dopo i numerosi live per i club italiani Spanu, questo disco èstato creato in collaborazione con Le Officine (associazione organizzata in laboratori di produzione) e la coproduzione di Giulia Biggio (che contribuisce anche con la voce in due pezzi).

Sebbene registrato “in pochi giorni di full immersion”, si tratta di un lavoro più curato dal punto di vista dei suoni e degli arrangiamenti del precedente.

Una gestazione breve per trasmettere l’urgenza, la semplicitàe la spontaneitàdi questi sei brani. Un disco che parla indirettamente di relazioni, vita e sopratutto amore, anche se con una visione un po’pessimistica delle vicende.

Si percepiscono gli echi del folk americano classico, voce e chitarra limpidi e chiari, minimali. Quello che colpisce subito èla varietàdelle melodie acustiche, inusuali per il mercato italiano. Un prato di accordi e arpeggi puliti, senza sbavature di ritmiche o arrangiamenti elettronici.

The Same Mistake potrebbe benissimo fare da colonna sonora ad un film on the road, Girl from the City by the Sea si apre con un bellissimo duetto e un inseguirsi di chitarre, Love Her Like the Morningèla piùclassica delle ballate d’amore dell’EP, This Thunder ricorda in qualche modo Damien Rice e solo con la traccia 5, Down to the Ground, si sente l’utilizzo della distorsione elettrica, mentre in A Softer Skin arriva la pastositàrotonda della chitarra jazz.

I testi affrontano contrasti e contraddizioni dei sentimenti, come l’alias di Spanu stesso vuole suggerire: il cuore come simbolo delle emozioni, dell’amore, della speranza e il vuoto a rappresentare l’oscurità, la mancanza di punti di riferimento e radici.

Sappiamo esattamente di cosa si tratta, non ci sono fraintendimenti: folk-pop.
La voce di Enrico èdeliziosamente incerta e insicura, come un adolescente che svuota il proprio cuore all’amata. In qualche modo questa dimensione di gioventùe malinconica freschezza èproprio il fil rouge che lega i pezzi tra loro, in una dimensione che accarezza le orecchie, piacevolmente.