Teenage Fanclub: Here – recensione

TEENAGE FANCLUBTEENAGE  FANCLUB – HERE: la nostra recensione 

di Alessio Cacciatore

Nel mio volume dal titolo Britannicadal Madchester al britpop: il ritorno del rock d’oltremanica ho dedicato un capitolo intero alla band di Glasgow quali fautori della svolta musicale nella Gran Bretagna dei primi anni novanta. Esattamente 25 anni fa i Teenage Fanclub condividevano con Primal Scream e My Bloody Valentine il contratto discografico con la Creation Records del concittadino Alan McGee. Il produttore delle meraviglie che tutto concesse aiutò la magnifica triade ad infliggere il primo di una lunga serie di colpi bassi al difficile mercato musicale americano, spaventando e impressionando per un po’ i paladini del grunge. Ciononostante  nessuna di esse può dirsi una vera band da classifica.

Eppure i Teenage  non appartengono nello specifico né al movimento madchester né a quello britpop ma hanno contribuito non poco da dietro le quinte alla genesi prima e al  perdurare poi di quest’ultimo per l’intero decennio e oltre. Non hanno mai preso le distanze dall’indie rock del quale inizialmente hanno preferito la parte più ruvida. A  partire dagli anni duemila sono riusciti album dopo album a costruire un  pop melodico di altissima qualità con una certa predilezione per i brani in acustico. Contemporaneamente però si sono trasformati in una formazione per pochi, con il mercato discografico che li  ha confinati in una sorta di limbo dal quale non sono mai riusciti ad evadere.

“Here” ci mostra tutto questo. In pochissimi album si è riusciti a fare un peculiare lavoro di liasons tra le tracce come in questo decimo lavoro di studio dei Teenage.  Delicatezza e buon gusto spalmate su dodici canzoni. Un elogio alla quiete che sfiora lo spleen. E la voce armoniosa di Norman Blake, peraltro spesso incoraggiata, svolge un ruolo pressoché totalitario nel rendere ogni composizione ancor più carezzevole. Provando a chiudere gli occhi ascoltando  Connected To Life é impossibile non pensare alla chitarra acustica di David Gilmour e al gusto con il quale la interpreterebbe inserendoci chiaramente un assolo lento e impeccabile. E quanto estratto di Pink Floyd si insinua anche tra le note di I Was Beautiful When I Was  Alive. The Darkest Part of The Night é una easy ballad di una finezza esclusiva sulla falsariga di Aftermath degli R.E.M., peraltro contemporanei già sfidati agli albori delle rispettive carriere. In Thin Air c’è un po’ più di carattere e robustezza da parte dei nostri, osservazione che può ripetersi con  I’m In Love scelta come primo singolo (e non avrebbero potuto fare diversamente) e ouverture la cui seppur  fievole energia distoglie dalla calma imposta nel resto del disco. With You è una morbidissima dichiarazione d’amore in cui il riverbero della Fender Rhodes contribuisce a costruire l’illusoria immagine di un lussurioso  pomeriggio al sole. Un’atmosfera che ritroviamo anche in Steady State e nella più  birdsiana I Have Nothing More to Say. Insomma c’è anche un buon lavoro di effetti non troppo stomachevoli.