Sula Ventrebianco: Furente – La recensione

Sula Ventrebianco: FurenteFurente é il nuvo lavoro dei partenopei Sula Ventrebianco pubblicato su Ikebana Records

 

Di Sergio Sciambra

 

Il terzo album dei partenopei Sula Ventrebianco si annuncia in maniera abbastanza discreta: una scritta, quasi sola in un campo nero, recita “Furente”.  È la calma prima della tempesta, perché dietro la gelida semplicità di quest’artwork  si nasconde invece un disco esplosivo  e sfaccettato. Un disco, soprattutto, ambizioso, che fa all-in sin dal primo secondo e lo fa per monopolizzare senza sconti l’attenzione dello spettatore.  Cosa che gli riesce piuttosto bene: questo non è un album che si può ascoltare facendo distrattamente su e giù con la testa come se fosse un qualunque disco di alternative/stoner pestone, né che si può fischiettare sovrappensiero come se fosse l’opera pop di cui pure spesso ha i tratti.  E’ un album sofferto e turbolento, il cui ascolto richiede una certa attenzione e che, quando gliela darete, vi tirerà giù in un gorgo vorticante di riff martellanti e arpeggi limpidi, rantoli invasati e strazianti aperture melodiche, chitarre urlanti e sussurri dolci, nel quale non mancano di fare la loro comparsa cori militareschi, vocalizzi barocchi e incursioni di kazoo apocalittici. Le radici sono chiare e affondano salde nell’alternative rock/metal e nello stoner di matrice statunitense,  ma ad impreziosire la scrittura dei Sula Ventrebianco c’è, oltre ad una buona dose di mestiere e tecnica, una spiccata sensibilità melodica strettamente legata con la tradizione della canzone italiana migliore, che fa capolino anche nei momenti più aggressivi (“…di Striscio”). E così potremmo citare l’incedere alla Queens Of The Stone Age della potentissima “Glory Hole” o la pesantezza stoner anni ’90 sotto steroidi orientali del riff portante di “Cumulonembo”,  ma anche l’atmosfera da fanciullino interiore della ballata “Cornelio”, la tristezza  tutta cantautoriale di “Così Finta” o i crescendo gravidi di pathos di “Lingua Gonfia” e “Mani di Piuma”; la verità è che il gioco dei richiami e delle influenze non tarda a rivelarsi sterile, perché  i quattro napoletani, nel giro di tre album e una appena una manciata di anni, hanno dato vita ad un songwriting dall’impronta estremamente personale e immediatamente riconoscibile.  Saranno gli arrangiamenti sempre più stratificati, i riff abrasivi di Giuseppe Cataldo, la costruzione dei pezzi a metà fra una personalissima visione della forma canzone  e una struttura più libera e riff-oriented, la sezione ritmica costantemente a mille oppure ancora l’istrionismo di Sasio Carannante e il mondo vasto e surreale che sta dietro suoi versi; fatto sta che tutto qui suona semplicemente Sula Ventrebianco, in equilibrio sul filo del rasoio fra le mazzate ultradistorte dell’alternative rock nella sua versione più furiosa (nomen omen) e una melodicità malinconica che si attacca allo stomaco e non molla la presa, furente anche lei, ma in un altro senso. Ed è per questo che mi sentirei colpevole di indebiti spoiler se provassi a raccontare dei suoni o dei colori dell’imprevedibile percorso della “Cumulonembo” di cui sopra, dell’ipnotico bridge di “Allo Specchio” o di come il climax a squarciagola di “Subito Prima…” risolve nell’intima “…delle Onde”.

Con questo disco i Sula Ventrebianco proseguono il percorso di crescita iniziato col predecessore “Via la faccia” e, senza dimenticare la crudezza garage degli esordi, viaggiano lontani dagli schemi e dalle possibili gabbie della musica pesante e dritti verso un songrwriting e un suono al contempo ariosi e granitici, con il giusto mix di sfrontatezza e classe che potrebbe permettergli di fare breccia e vedere riconosciuto ciò che secondo chi scrive è vero già da un po’, ovvero che questi ragazzi napoletani sono ormai una delle realtà più originali e interessanti della musica pesante italiana.

01. Notre Dame

02. Mani di piuma

03. …Di striscio

04. Cumulonembo

05. Lingua Gonfia

06. Subito prima…

07. …Delle onde

08. Glory Hole

09. Grano

10. Allo specchio

11. Cornelio

12. Così finta

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