Silent Carnival: la recensione del disco d’esordio

silent carnival Silent Carnival presenta il suo album  d’esordio  omonimo in uscita per  Viceversa Records / Old Bicycle Records

 

di Francesco Miliano

Dai sotterranei della scena indipendente siciliana ,fucina da sempre di talenti artistici passati e presenti, arriva un profondo e viscerale progetto solista col nome di Silent Carnival.. lavoro dell’ex chitarrista e cantante dei Marlowe Marco Giambrone, che ci trasporta in uno scenario sonoro suburbano, quasi apocalittico, con un suono di matrice industriale che sembra provenire da lontano, che quasi annuncia echi di catastrofe, uno stato di abbandono, di rassegnazione di consapevolezza del nulla che ci circonda, dove la solitudine purifica ogni ferita, ogni male, ogni nostro sbaglio.. un viaggio in un “io” interiore, lontano da un mondo, ormai per forza di cose destinato a deragliare; ma in questo triste mondo, c’è ancora gente, o meglio, anche artisti che vivono lontano da una società dove ormai gli individui sono e solo dei numeri, degli automi lobotomizzati dalle direttive sia politiche sociali che artistiche, imposte dai grossi porci che comandano tutto il marcio sistema in cui ci hanno condannato, di cui ne fa anche tristemente parte il mercato discografico, che giorno dopo giorno ci offre con subdolo e continuo inganno, prodotti discografici fatti a misura per l’ascoltatore “leggero” libero da ogni pensiero logico, distante dalla razionalità e lontano anni luce da ogni forma di riflessione.. regalandoci assurdità concepite da saltimbanco menestrelli e giullari di questo repellente sistema dedito ormai al falso buonismo, alla propensione ad inculcare nella gente solo l’interesse nel farsi strada con ogni meschino mezzo pur di arrivare al successo, ed inoltre bombardandoci il cervello (e anche altro) di continue filastrocche con contenuti subliminali confezionate su misura per gli imbecilli e travestite anche da falso rock.. tutto questo non fa altro che farmi apprezzare col cuore questo disco che esce fuori da tutto questo marciume sopracitato.. un progetto coraggioso anche se potrebbe essere confinato tra pochi ascoltatori che ne potrebbero apprezzare l’affascinante bellezza oscura e riflessiva; ma certa musica è privilegio solo di pochi ascoltatori e di questo ne sono più che consapevole.

Nel disco si ascolta un sound di base post rock in stile vicino ai nostrani Madrigali Magri e A Short Apnea, con un tappeto di suoni siderurgici e industriali, di percussioni cadenzate marziali che ricordano i Death in June di metà anni 80 ,con una linea vocale raffinata ma sulfurea a tratti ossessiva, contornata suoni anche a tratti psichedelici, con una presenza di atmosfere darkeggianti date da un uso sempre presente di un organo analogico.. Le chitarre riverberate sono alla base della struttura portante, suono in crescendo con pause fatte di silenzi, inoltre interventi di cori femminili ed echi di voci in lontananza con un andamento ritmico generale funerareo e di ballate lente in stile Black Heart Procession, arpeggi di chitarra malinconici progressioni lunghe, fatte cavalcate elettriche che sfociano in improvvisi silenzi inserti di sax molto interessanti. Ho notato durante l’ascolto, il brano di apertura “A Process” che parte in estrema oscurità con una coltre di massiccio uso di organo che in fondo è la chiave di tutto l’intero lavoro, brani di affascinante bellezza come Floating Point ci trasportano in un affascinante viaggio nel meandri oscuri del subconscio da cui non vorremmo mai uscire. L’album viene anticipato dalla pubblicazione del brano outtake “June” e del suo video nel mese di Agosto 2014.Un disco veramente degno di nota per il panorama sotterraneo indipendente e per gli amanti del sound oscuro e malinconico, un progetto molto diverso da quello dei Marlowe ma molto azzeccato e fatto molto bene nella sua eleganza e dal fascino alienante. Una perla di rarefatta finezza sonora lontana e sempre più lontana dal vuoto artistico di questa triste epoca.