Sandro Joyeux: la recensione del primo disco

unnamed (7)Elena G

SANDRO JOYEUX esce con un disco omonimo.

Capitano sorprese inaspettate quando si ascolta un artista nuovo, questo a me è successo con Sandro Joyeux e il suo disco omonimo. Si tratta di un lavoro che raccoglie le esperienze di 16 anni di vita tra la banlieu parigina, l’Italia, l’Africa più nera, la Giamaica, Brooklyn e chi più ne ha ne metta. La storia di Sandro è di quelle che ti rapiscono e riportano a epoche meno infestate da tecnologia e “elettronicismi”, dove la musica è un sogno ed è suonata, sudata.

Nato a Parigi nel 1978 da madre francese e padre italiano, ha fin da piccolo gravi problemi all’udito che lo costringono a numerosi interventi. Questo non gli impedisce di sviluppare un amore viscerale per la musica e di sperimentare la vita per le vie della capitale francese già in tenera età.

A dieci anni entra nel Coro della Radio Nazionale Francese e attraversa la Francia cantando dai gregoriani alla contemporanea, in Russo, Tedesco, Latino, Italiano. Si iscrive al Conservatorio del IX distretto di Parigi per studiare solfeggio e trombone ma  quando impara i primi accordi su una chitarra se ne innamora. A sedici anni, trascinato dalla vita di strada, abbandona la scuola. Il giorno del suo diciottesimo compleanno parte per Firenze con un solo obiettivo: incontrare suo padre per la prima volta. Qui resta alcuni mesi, lavora come manovale o pony express, impara l’italiano.

Dopo una parentesi parigina con un gruppo raggae, parte per il Marocco. Poi arriva la grande scoperta: l’Africa nera che irrompe con Boubacar Traore. Trovare gli spartiti è impossibile, così Sandro studia ad orecchio il repertorio del cantautore maliano e inizia ad appassionarsi alla musica del West Africa: Salif Keita, Oumou Sangare, Youssou Ndour, Amadou e Mariam.

Nel 2004 si trasferisce a Lille che quell’anno è Capitale Europea della Cultura. Qui fonda i 100Dromadaires, band dalle influenze Reggae e Afro. Ora Sandro vuole vedere il Mali: ci va nel 2005. Per la prima volta ha la possibilità di studiare insieme ai suoi maestri: impara lo stile Mandingue, suona alle feste locali – i Sumu-  incide un brano con musicisti di Bamako, apprende i dialetti: Bambara, Wolof, Malinke. Il ricordo più bello di quel viaggio è la visita a Boubacar Traore, il suo idolo.

Poi di nuovo in Francia, per concerti, torna anche in Italia. Dall’incontro con il produttore artistico napoletano Mauro Romano, nasce l’idea di incidere il suo primo disco a Napoli. È  il 2011. Nell’Ottobre del 2012 termina la lavorazione dell’album, prodotto dalla giovane Mr.Few di Giuliano Miniati e Mauro Romano. Il disco, registrato tra Napoli, Lille e Roma, è un omaggio all’Africa. Partecipano al disco 13 musicisti provenienti da cinque diversi paesi: tra questi Daniele Sepe, Madya Diebaté alla kora, Moussa Traore alle percussioni e la voce di Ilaria GrazianoUna vita piena, così come la musica di questo lavoro: ben suonato, ben arrangiato e ottimamente prodotto. Nessuna sbavatura, un senso del ritmo quasi commovente; world music in qualche modo nostalgica dell’epoca d’oro anni ’90 ma attualizzata, con guizzi di ironia e citazioni. I testi, in francese e dialetti africani, parlano di guerra, amore, viaggi. Ci sono anche due splendidi brani solamente musicali. Su tutto la chitarra di Sandro e la sua voce, coinvolgenti.