Raiden: Mothership – la recensione

RAIDEN  MOTHERSHIPRAIDEN  MOTHERSHIP: Ammettere il fascino del supporto musicale fisico, sia esso analogico o digitale, è ormai pura retorica. Ancor più quando ti viene consegnato per ricavarne una recensione.

di  Alessio Cacciatore

Sbirciando la tracklist leggo: These Boots are Made for kick your Ass! Letteralmente “Questi stivali servono a prenderti a calci nel culo!”. In corrispondenza della quinta traccia c’è scritto proprio così. Per  me questo disco  ha  già vinto.

Proseguendo, in fondo alla scaletta c’è scritto Redemption Song. Parole famigliari. Quindi i Raiden dopo aver venduto l’anima all’hard rock, al nü metal contaminato dal grunge ed in minor misura dal punk, rendono omaggio al paladino del reggae? Fantastico.

Del resto avevano già fatto capire di che pasta sono fatti ben cinque anni fa presentandosi con l’omonima pubblicazione d’esordio dopo anni di intensa attività live. La scelta di riproporre colori lugubri come scelta estetica è indice di coerenza nella fede musicale oltre che, a questo punto,  il loro marchio di fabbrica.

Mothership, secondo lavoro completamente auto prodotto, è l’album della conferma prima ancora di aver raggiunto il circuito mainstream. E’ la grinta di un vortice percepibile al prima accordo. Ed è in fondo il gaso di un trio di amici che si divertono da pazzi pur prendendosi abbastanza sul serio.

L’ouverture nonché brano eponimo è un lungo strumentale che lascia presagire una voce che non arriva ma che si sta temprando per il passaggio successivo. Black Goat in effetti  è una tempesta elettrica dal battito infinto che, nonostantesegua un’orma leggera de Gli Spari Sopra,  si trasforma in una marcia per l’inferno o il paradiso. A queste tematiche si lega in qualche modo il testo nel quale  il protagonista rinnega un potere supremo per onorare l’unico essere fedele al suo fianco.

Tornando al lungo prologo, le  atmosfere la fanno da padrone per intensità pur non segnando il passo dell’album. L’arpeggio  iniziale ha buona presa sull’ascoltatore. Da metà a fine pezzo è più  simile ad una jam session considerando l’andamento altalenante e irregolare fatto di  strofe, pause, assoli e poi ancora suoni  posti come intercalari. Quando il fuoco sembra spegnersi, la chitarra riesplode improvvisamente per poi giungere agonizzante  ad un finale nel quale sembra cadere sotto i colpi impietosi della batteria.

Conformemente ai generi musicali e al lifestyle della band, le tematiche dei testi non differiscono molto dal precedente lavoro. Neither Slaves nor Masters inneggia  al diritto alla libertà totale di ogni individuo e al desiderio di giustizia sociale. Temi a dir poco attuali. Ma un’interpretazione coerente potrebbe più semplicemente  essere la ricerca della pace interiore in ciascuno di noi. Un buon pezzo di classic rock completo di voce incombente  e assoli importanti. Sul finale la chitarra si fa più decisa, particolarmente ripetitiva, seguita dai tamburi che, come in apertura, si fanno delicata marcetta lugubre.

Due composizioni apparentemente antistanti formano Old Song. Da una partenza ska punk piena di sé si passa ad una ballad da brividi che riporta alla mente il  ritornello di The Unforgiven. La stessa  si ripropone in chiave più elaborata nel finale, cambiando forma attraverso un assolo intenso e struggente. La frase “Bad to the Bones” più volte ripetuta è un chiaro riferimento al  brano  di George Thorogood & the Destoyers del 1982.

I Walk Alone e Southland sono puro classic rock. I testi hanno in comune il trip psicofisico verso le meraviglie  dell’ignoto, verso l’infinto, alla ricerca della libertà. Particolarità di Southland è lo slide guitar iniziale con il quale si accenna a In  My Time of  Dying degli Zeppelin.

Slide guitar utilizzata anche in principio e in conclusione della  successiva Charon, l’unica classic ballad per intero del disco. Voce e chitarra elettrica sono delicatissime in apertura. Il timbro vocale rauco e profondo appartiene agli eroi del grunge. Per la prima volta nel disco  entra timidamente in scena un organo il cui suono riverberato diviene però subito  imponente. Guarnirà impeccabilmente il brano fino alla fine attraverso una breve suite. Al minuto 01:13 intanto l’esplosione nel quale tutti i suoni vengono spinti al limite. È questa una sostanziale presa di coscienza del più celebre traghettatore di anime della storia. Caronte si confessa tra peccatori, fiamme infernali e l’irrealizzabile desiderio di risalire la china per “riveder le stelle”.