Pipers: esce Juliet Grove – la recensione

pipersEsce il 28 gennaio 2014 per Pippola Music e Flake Records (Giappone) il secondo disco dei Pipers: Juliet Grove. Se avessimo costruito le nostre aspettative con la ragione, avremmo dovuto pensare di avere davanti un gruppo nato e cresciuto a Napoli (italiano fino al midollo, quindi) che ha scritto un disco per una Giulia incontrata tra gli alberi.

Invece di pensarci troppo, alla fine, abbiamo solo schiacciato play. E allora abbiamo scoperto che Juliet Grove è, in realtà, una stradina di Wolverhampton (un po’ più a nord di Birmingham), dove i Pipers hanno vissuto nel periodo di produzione del disco, e che di italiano, qui, non c’è praticamente niente.

Le 10 tracce disegnano, infatti, in modo inequivocabile uno scorcio di Inghilterra. Cieli grigi, prati umidi e casette in mattoni rossi. Ne esce un disco cucito a mano intrecciando con maestria l’eredità dei Beatles ai suoni morbidi del Britpop anni ’90. Un disco che si ferma (ne sono certa) alle 17 per prendere un tè, che ha sempre in mano un ombrello e che se ne va in giro avvolto in un trench.

“Se non è mai nuova e non è mai vecchia, allora è folk”, direbbe il nostro caro Llewyn Davis. E un po’ qui la frase cade a pennello. Le sonorità edulcorate del pop si fanno toccare qua e là da linee folk per quello che, alla fine, è un ascolto oltremodo piacevole. Quaranta minuti che alleggeriscono il cuore, che fanno venir voglia di andare a passeggiare (anche se piove) e che sanno essere colonna sonora, delicata ma necessaria, di quei sorrisi preziosi che ogni tanto ci colgono: quelli che non hanno motivi. 

Gli amanti dei Beatles gradiranno senz’altro la traccia “What I mean to say”. Io al momento sono in ossessione con “Just a Lie”. Buon ascolto!

Stasera i Pipers saranno all’Arci 75 Beat di Via Tirso a Milano per presentare il disco. Non mancate. Ci vediamo là.