Pierpaolo Capovilla: Obtorto Collo – la recensione

pierpaolo capovilla _obtortocolloObtorto collo è l’esordio solista del carismatico leader de Il Teatro degli Orrori. Un disco scuro e romantico che affronta, attraverso melodie minimali e liriche potenti, le contraddizioni della società italiana.

 

di Eleonora Montesanti

 

Suonare le corde del cuore per raccontare la verità. L’obiettivo di Pierpaolo Capovilla è semplicemente questo. Obtorto collo è un disco difficile, ponderato, composto da undici canzoni al contempo scure e limpide, personali e collettive, calme e irrequiete, dense e minimali. Il filo conduttore gira attorno a due facce opposte dello stesso sentimento, ossia odio e amore, per raccontare vicende di smarrimento culturale, prevaricazioni, omicidi, fatalismi e ingiustizie ad un popolo ormai assopito e indifferente, che non si indigna più di fronte a nulla. La speranza dell’artista veneziano è che, attraverso l’arte, i nostri animi si risveglino e reagiscano più che di fronte ad un freddo articolo di cronaca: la buona musica può servire a invertire la rotta di un Paese ormai destinato al naufragio.

Il primo punto di partenza è dunque l’amore che domina le nostre vite e proprio per questo può diventare il mezzo per raccontare qualsiasi cosa; l’altro, invece, è da ricercare nel vissuto privato di Capovilla, il quale, però, sente il bisogno di condividere le sue esperienze. Ogni cosa che succede ad un individuo in realtà succede a tutti, poiché viviamo in una società, in un contesto storico, con persone attorno, quindi tutto deve riguardarci da vicino. Come ad esempio la triste circostanza di Francesco Mastrogiovanni, denunciata in maniera straziante in Ottantadue ore, brano caratterizzato dalla rabbia interpretativa e dal minimalismo musicale, senza rime, senza fronzoli, ma puro portatore di verità.

Il connubio tra la sinteticità degli arrangiamenti e la forza devastante delle liriche è il frutto della collaborazione di Pierpaolo Capovilla con il musicista veneziano Paki Zennaro, canalizzata e consolidata dalla produzione artistica di Taketo Gohara. All’interno del disco, comunque, suonano all’incirca venti musicisti. La sensazione di pluralismo può apparire per certi versi spiazzante, ma ascolto dopo ascolto ci si accorge che ogni scia armonica è costruita appositamente per vestire e rafforzare le narrazioni. Non c’è dunque necessità di ricercare un genere musicale, si passa da episodi sfacciatamente pop (come ad esempio il singolo Dove vai o l’inconsolabile Il cielo blu) ad episodi di totale sperimentazione (La luce delle stelle, un pezzo raffinato, irrequieto e stratificato). C’è anche un omaggio al blues contemporaneo, nello specifico a Tom Waits: Quando, la storia di una violenza domestica vissuta dal punto di vista di una donna, si identifica in una melodia scarna e dolorosa.

Ma è con Bucharest che Obtorto collo giunge all’apice della tensione emotiva: un pianoforte commovente fa da sfondo alla consapevolezza di non aver fatto abbastanza nella vita, complici gli amori impossibili, i rimpianti, le sconfitte e la neve che cade incessante su una città che se ne frega di me, se ne frega di noi, se ne frega del mondo intero. Un pezzo di una dolcezza disarmante totalmente in contrasto con la schizofrenia della title track, basata sul dualismo tra reazione e arrendevolezza. Obtorto collo significa mal volentieri, è un’espressione latina che può assumere due valenze, due modi di affrontare la pesantezza dell’esistere: la prima è un lasciarsi vivere, un soccombere in modo passivo (la gente dietro sorrisi e convenevoli non vede l’ora di morire), mentre la seconda presuppone che da queste costrizioni ed ingiustizie scaturisca la volontà di riscatto ed emancipazione, di salvaguardare i nostri diritti e la possibilità di creare un futuro per noi e per il nostro Paese.

E proprio in bilico tra questi due atteggiamenti arriva Arrivederci, la chiusura perfetta per un disco colmo di domande e affamato di risposte. Quest’ultima è una dedica al grande poeta partigiano Andrea Zanzotto, un esempio di intelligenza e coscienza politica e civile d’altri tempi che forse, al giorno d’oggi, si chiederebbe se ne è valsa la pena. La canzone è una sorta di richiesta di perdono, perché negli ultimi cinquant’anni abbiamo mandato tutto a rotoli e forse siamo destinati a precipitare in un triste destino comune e quotidiano, che avvelena il presente, il futuro e, purtroppo, anche il passato. Le ultime battute dell’album vedono protagonista una marcia. Sta a noi a questo punto decidere se funebre o trionfale.

PIERPAOLO CAPOVILLA – OBTORTO COLLO

Virgin / La Tempesta per Universal Music

 

1)    Invitami

2)    Il cielo blu

3)    Dove vai

4)    Come ti vorrei

5)    Irene

6)    Quando

7)    Bucharest

8)    Ottantadue ore

9)    Obtorto collo

10)La luce delle stelle

11)Arrivederci