Orlando Manfredi & Duemanosinistra – from Orlando to Santiago : la recensione

orlando manfrediFrom Orlando to Santiago è il nuovo album di Orlando Manfredi, cantautore, attore e drammaturgo torinese. Il disco è nato dall’esperienza umana e artistica di Orlando sul Cammino di Santiago di Compostela, dove l’incontro con gli altri ha arricchito il volume e la densità di ogni passo compiuto in questo viaggio. La produzione artistica è di Gigi Giancursi e Gianni Condina.

 

 

di Eleonora Montesanti

 

Che cosa spinge un cantautore a compiere un viaggio a piedi lungo 800 km che mette a dura prova fisico e spirito? From Orlando to Santiago è la risposta precisa a questa e a numerose altre domande. E’ il resoconto artistico, corporeo e spirituale di un viaggio misurato con centinaia di milioni di passi, sostenuti da una piccola chitarra che diventa il completamento per esprimere se stessi.

From Orlando to Santiago è un ascolto meravigliosamente impegnativo, intriso di poesia, storie e linguaggi; il pensiero di avere tutto questo a disposizione dentro ad un disco, sempre a portata di mano, regala già di per sé sensazioni bellissime. I tredici preziosi brani che lo compongono sono minuziosi, curati e attenti a descrivere le emozioni tramite l’incrocio di parole nuove e il senso che ne traspare è quello di provarle per la prima volta.

Il viaggio inizia da Attaccavano un’acciuga, estratto di un canto popolare contadino sulla via del sale, come a voler raccontare che altri punti di partenza e altri viaggi si sono compiuti molto prima di noi.

Il passato, infatti, è uno dei protagonisti con cui Orlando si confronta più spesso in questo percorso: in Telefono casa si specchia nel presente e non si riconosce, si sente un alieno nella propria vita. Le aspettative di un Orlando bambino non corrispondono alla realtà attuale. Ascoltando questa canzone, col suo ritmo incalzante e la sua forza comunicativa, mi è venuta in mente una citazione tratta dal film This must be the place di Paolo Sorrentino, che la racchiude totalmente: Il problema è che passiamo troppo velocemente dall’età in cui diciamo “farò così” a quella in cui diremo “è andata così”.

Ma non è mai troppo tardi per uscire da quel vortice veloce e frenetico che ci fa semplicemente scorrere, immobili come pesci morti che galleggiano trasportati dalla corrente, verso una direzione che non abbiamo scelto davvero: il pop di Falso movimento ci fa intuire che sì, possiamo permetterci di volere tutt’altro. Ogni momento può dare vita a La grande migrazione. Camminare per cercare un senso, affidandosi ai piedi che portano via – cantati da Orlando insieme a Matteo De Simone in un duetto molto suggestivo – i quali possono rifare il mondo da capo.

Oltre ai piedi, per camminare, ci vuole anche una strada: Avenida è il cuore di questo progetto, basato su una scintilla blues pura e primigenia.

Anche Fulgida stella è un brano ancestrale che ha origini in un passato lontano. Arricchito dai cori e dalle sonorità arcaiche del baglama dei Fratelli Mancuso, il brano cerca di stabilire un equilibrio tra l’antico e il moderno, tra la terra e le stelle. E’ un pezzo personale, incentrato sulla perdita e sul desiderio di non smettere di percepire la presenza di qualcuno che non c’è più, come una stella che noi vediamo ancora brillare, ma che in realtà si è spenta milioni di anni luce fa.

Un’altra componente essenziale di questo viaggio è l’amore. Ci sono amori necessari, ad esempio, che però rimangono irrealizzati e vengono allora canalizzati con dolcezza ne Le cose prime (una ballata acustica che ricorda vagamente le atmosfere di Jarabe De Palo), come il cielo, il deserto, la neve, i fiori, la luce dei contorni, il silenzio. Altri amori, poi, racchiudono l’impulso di radicarsi per trovare un equilibrio, un baricentro, e combattere contro la paura di farlo per davvero. Radice è una canzone minimale dove la voce calda di Orlando riesce ad esprimersi al meglio e ad avere un effetto viscerale. Il mondo a catinelle, invece, descrive l’amore come un perfetto incastro tra due metà sostenute da un pianoforte trasognato e deliziosamente allegro.

Due canzoni in particolare evidenziano il grande eclettismo stilistico e linguistico di Orlando Manfredi, si tratta di Nuova grammatica e Will machine.

La prima narra una storiella geniale, un po’ alla Gianni Rodari, in cui le parole sono i personaggi. Nello specifico ad essere quasi personificate sono le parole crisi e rinascita, le quali parlano due linguaggi opposti e hanno due grammatiche differenti, che si sfidano a suon di aggettivi, pronomi, significati e significanti.

La seconda, invece, colpisce per la sua apparente diversità: è un classico pezzo rock in lingua inglese (in collaborazione con Fabrizio Cammarata) che in realtà è un puro e semplice omaggio alla piccola chitarra che ha accompagnato Orlando durante il suo percorso, trasformandosi in una macchina del desiderio, senza la quale tutto questo non sarebbe stato possibile.

Questo disco è il frutto di un’esperienza totalizzante e necessita di un finale in grado di riavvolgere e rivivere tutta questa pienezza per un numero infinito di volte, come si fa con le fiabe. C’era una volta, dunque, è l’incipit di Io e l’ombra, l’ultimo brano, che prende le distanze e prova ad analizzare da lontano la storia di un uomo e della sua ombra, in cammino su una via.

Orlando Manfredi si dimostra un artista pazzesco, eclettico e coraggioso. Il suo mettersi a nudo mediante questo viaggio interiore – in relazione con gli altri e con la natura – e il suo affrontarlo in maniera così poetica, preziosa e terapeutica, regala a questo disco un senso: un senso che dà ad ognuno la possibilità di camminare con le proprie gambe.

Tracklist

  1. Attaccavano un’acciuga (feat. O.P.S.)

  2. Telefono casa

  3. Le cose prime

  4. Fulgida stella (feat. Fratelli Mancuso)

  5. La grande migrazione (feat. Matteo De Simone – Nadàr Solo)

  6. Radice

  7. Nuova grammatica

  8. Avenida

  9. Il mondo a catinelle

  10. Will machine (feat. Fabrizio Cammarata)

  11. Falso movimento

  12. Dracula sulla strada

  13. Io e l’ombra