Nadàr Solo: Semplice – la recensione

Foto di Martina Caruso
Foto di Martina Caruso

Semplice è il quinto disco della band torinese, un disco libero, dinamico, schietto, autentico, semplice (che non vuol dire facile).

 

 

di Eleonora Montesanti

 

 

 

Semplice è un disco con le bombe. Lo dice anche il ritornello di Marco, brano che, posto in apertura, spiega in modo chiaro e sfacciato quali sono le intenzioni dell’album, come una sorta di manifesto in cui i Nadàr Solo raccontano qual è il loro senso personale, della musica e dell’esistenza. Rispetto ai dischi precedenti, infatti, la band qui rinnova le proprie consapevolezze e trasforma l’accettazione delle proprie scelte in motivo d’orgoglio. L’incipit di voce e percussioni esplode in un rock davvero trascinante, che accoglie poi la dolcezza del pianoforte che sostiene Aprile, un pianoforte che si rincorre in un ritmo brillante nel quale è impossibile rimanere fermi. Davvero. Avete provato ad ascoltare questa canzone, questo piccolo trionfo di solarità, senza ritrovarvi ad agitare le braccia? Io non ci riesco. Aprile, nella sua apparente leggerezza, è un invito a imparare a salvaguardare la propria serenità, ad avere il coraggio di stendersi al sole anche quando fuori piove.

Diamanti è un brano incalzante e schietto, tra amore e necessità che ne derivano, che va dritto per la sua strada, senza patine, ma con delle chitarre pazzesche, le stesse che lasciano poi a bocca aperta in Cattivi pensieri, forse il pezzo più bello di tutto il disco. Si tratta di una specie di mantra – fatto non solo di parole (i miracoli non esistono), ma di concretezza – contro la paura e i cattivi pensieri.

La title track, posta proprio al centro dell’album, è lucida e scanzonata, nel modo che ha di scacciare via le nubi e gli accanimenti per lasciare spazio alla semplicità: e sono certo che un giorno capire sarà molto semplice / ma non ora perché non è il tempo / ora è il tempo di perdere tempo a non capire.

Ci sono anche degli episodi più cupi e malinconici, su tutti, sicuramente, quello che appare maggiormente incastrato in se stesso è Il coltello, ma anche Weekend, brano dal testo emblematico e dal ritmo vagamente oppressivo, costruito su un uso delle chitarre quasi spezzato. C’è un malessere inquieto anche in Da un altro pianeta, una canzone molto sincera che riguarda il complesso equilibrio tra sentimenti, priorità e quotidianità, nel quale a volte è difficile muoversi e riconoscersi.

Il nostro ritorno, invece, è il pezzo più poetico, seppur musicalmente molto diretto e prorompente. Da ascoltare e riascoltare. Le case dei Nadàr Solo, ora, non solo hanno le porte, ma anche le chiavi, e sono un luogo per cui vale la pena combattere.

Il disco si chiude con un piccolo gioiello acustico, A modo mio, che ha il sapore dolce-amaro della realtà: ti odio perché sei libero / vorrei volare anch’io lassù come te / ma tutto ormai mi lega qui / così lego te.

Anche questo titolo, se vogliamo, è l’ennesima descrizione di questo disco, nella sua generalità: i Nadàr Solo hanno fatto un disco a modo loro, che gli appartiene, completamente, in ogni parola e in ogni sillaba d’amore, guerra, paura e felicità.

Un ottimo lavoro, dunque, che trasforma la band torinese in una certezza e ne rinnova e amplifica il valore, non solo per proteggersi dai cattivi pensieri, ma per approcciarsi alla vita nel modo più semplice, ossia quello che ci somiglia di più.

Di seguito le date di UN SEMPLICE TOUR:

nadarsolotour