Nadàr Solo: Fame – la recensione

Nadar Solo _FAME_coverIl trio torinese torna con un disco determinato e spiazzante: Fame, il quarto album dei Nadàr Solo (il terzo firmato dalla produzione di Massive Arts Records), racchiude sonorità e contenuti ruvidi e impulsivi.

 

 

di Eleonora Montesanti

I Nadàr solo sono diventati adulti: lo si percepisce dalla consapevolezza di fondo che accompagna questo disco, sia a livello di arrangiamenti, sia di testi. Undici tracce sincere e dirette nate in naturalità dalla testa e dalle mani di Matteo Dei Simone, Federico Puttilli e Alessio Sanfilippo, volutamente senza fronzoli, studiate sì nel dettaglio, ma proprio per essere spontanee. Ascoltando questo disco, infatti, ci si sente quasi nel bel mezzo di un concerto.

 L’essenzialità di questi suoni a tratti sporchi, a tratti ipnotici, a tratti dolci e acuti è un contenitore necessariamente eterogeneo nel quale prendono vita e crescono canzoni che si basano sulla fame intesa come mancanza di qualcosa di imprescindibile e che, a lungo andare, costringe a una vita (o a una non-vita) in cui dominano le frustrazioni.

 Si comincia, però, urlando ardentemente il contrario. La vita funziona da sé è una sorta di un manifesto che racchiude la specifica volontà di questi tre musicisti di cercare di vivere del loro lavoro in un presente in cui è molto difficile farlo: la loro scelta sta nel ripudiare tutte le certezze e nel vivere consapevolmente da persone che pagano ogni giorno il prezzo delle loro priorità, magari arrivando a fine mese con una voragine nello stomaco, ma sazi di soddisfazione e libertà.

Quella stessa libertà che, nella ballata pianocentrica Non sei libero posta in chiusura del disco, è tra le mani di un adolescente che non sa bene cosa farsene. Ci sono momenti, nella vita, in cui ci si ritrova di fronte a qualsiasi possibilità, perché da giovani è molto facile sognare e augurarsi il meglio senza sentire l’urgenza di agire; allo stesso tempo, però, non ci si accorge che ad aspettare che la libertà di scegliere caschi dal cielo, si perdono energie preziose a non plasmare se stessi, ritrovandosi poi sopraffatti dall’esistenza.

Tra questi due cardini ci sono storie, volti, esperienze personali, debolezza e incapacità di gestire i limiti. Questo è un disco pieno di persone che cercano sempre di dare il meglio di loro nonostante siano dominate ognuna dai propri demoni; è un disco che racconta tutto questo con così tanta dolcezza e così tanta umanità nei confronti delle quali è impossibile non provare amore.

 Ad esempio il singolo Non volevo è un inno ai giustificativi e alla vigliaccheria che nasce in realtà dalla paura di confrontarsi con l’universo. Lo stesso vale per Piano piano piano, un brano in cui è l’impulso ad avere la meglio su ogni sentimento e dove la disperazione fa perdere il controllo delle proprie azioni, lasciando spazio agli istinti animaleschi: il ritornello somiglia a un ululato e le scie melodiche sono spesso schizofreniche, volte a evidenziare perfettamente quest’attimo di pazzia incontrollabile. Piano piano piano è un brano che, nonostante manchi di un lieto fine, insegna ad avere coraggio. Poi c’è Splendida idea, un impacciato tentativo di spiegare che l’incapacità di amarsi rende impossibile amare qualsiasi altro essere vivente, si tratti di una fidanzata o di una pianta: è troppo facile, lo sai: non ci riuscirò mai.

 C’è una parentesi molto interessante all’interno di Fame, ossia quella dedicata alle malattie psicosomatiche scaturite da quella stessa fame d’amore e di accettazione che in questi casi assume una forma precisa.

Cara madre (che vede la partecipazione di Mattia Boschi al violoncello) è la storia di un’ipocondriaca: una madre troppo presa dalla sua inesattezza in quel ruolo così complesso e un figlio che la guarda attraverso un velo di freddezza e disagio.

Ricca provincia, invece, parla di bulimia: l’angoscia di fondo è sempre la stessa, ma qui si risolve dentro a una famiglia di provincia per la quale la cosa più importante è sempre salvare l’apparenza e fingere di non vedere il dolore, perché così le è stato insegnato.

Il pezzo più conturbante e forte del disco è indubbiamente Jack lo stupratore, che racconta di un impotente che, a causa della sua paura di esistere, si trasforma in un mostro. E’ un argomento coraggioso che i Nadàr solo riescono a trattare con un’umanità e un’amorevolezza meravigliose. Chapeau.

 In generale questo disco è sostanzialmente un grido. Un grido che può essere assordante o muto, che può tradursi in impulsività o in apatia, ma che, in ogni caso, termina con il distruggere se stessi e gli altri. Il modo in cui i Nadàr solo affrontano queste tematiche così forti e delicate fa venire voglia di amare, di prendersi cura delle persone, di tornare ad avere fiducia nelle possibilità e, di conseguenza, di re-innamorarsi di sé. Insomma, come recita il bellissimo ritornello de La gente muore: salvami, che poi ti salverai.

Tracklist:

1)    La vita funziona da sé

2)    Non volevo

3)    Cara madre

4)    Jack lo stupratore

5)    La gente muore

6)    Piano piano piano

7)    Ricca provincia

8)    Akai

9)    Splendida idea

10)Shhh!

11)Non sei libero