Mantovani: Sogni Lucidi – la recensione

MANTOVANIUn disco d’esordio notevole, dove pop e rock tessono le trame di un viaggio interiore cosciente.

 

 

di Eleonora Montesanti

Sogni lucidi è un titolo che, fin dal primo impatto, ha un contorno ossimorico molto curioso. E’ un ossimoro l’idea di dare un colore lucido a qualcosa di etereo e impalpabile come un sogno, ma è un ossimoro anche pensare di associare quest’ultimo al concetto di lucidità. Eppure Marco Mantovani, artista milanese che esordisce con un disco pop-rock prodotto da Andrea Viti (ex Afterhours), ci riesce e, senza mai apparire forzato, si avvale del suo approccio multiforme nei confronti della realtà per creare un disco che appare davvero molto interessante.

Sogni lucidi è composto da nove tracce in equilibrio tra pop, rock e qualche esperimento prog il cui filo conduttore sono situazioni che non si sta bene in che realtà stiano, se in quella concreta, o in quella sognata. Ma è proprio questo il bello, perché quando siamo in dormiveglia facciamo dei viaggi mentali assurdi e fuori da ogni logica dettati dall’inconscio, ma spesso è proprio lì che risiedono i nostri desideri più profondi.

Il disco si apre con Il segno dei tempi, un pezzo molto forte che profuma di CCCP. Qui Marco sceglie un tipo di composizione non facile, vale a dire la scrittura per elencazione. Il risultato è un crescendo molto d’impatto, nel quale nessuno vuole più la responsabilità di essere un riferimento per qualcun altro. Né i quaccheri, né i vegetariani, né i bruttini, né i cantautori.

Il secondo brano è Senza te, ancora più rock del precedente, ma con in più una tastiera concentrica che supporta la forza del cantato, un grido costante che esonda dal petto, così intenso da non avere la necessità di sfogarsi in un ritornello. Ascoltando questa canzone (ma anche altre) mi è venuta in mente l’atmosfera che si respira ne I milanesi ammazzano il sabato degli Afterhours, un disco omogeneo e completo come questo. Un pezzo musicalmente simile è La corsa all’oro, in cui le tastiere arrivano all’apice e si sciolgono in un outro dal sapore prog che ci fa pensare con nostalgia agli anni ’70. La corsa all’oro, qui, è la quotidianità cittadina che ci cattura nel suo vortice fatto di otto ore di lavoro al giorno, aperitivi e traffico in tangenziale. La modernità ci sta divorando e, purtroppo, la sola consapevolezza di questa situazione non ci salverà.

Tra le canzoni d’amore è necessario citare due ballate, le quali regalano all’atmosfera del disco un valore aggiunto in cui la tensione emotiva si trasforma in intimità e bellezza. Si tratta di Sto meglio a casa ed Esmeralda. In comune hanno il fatto che, con la loro aria dolce e trasognata, mi hanno amorevolmente ricordato i Beatles.

Il pezzo più bello dell’album, però, si intitola Narada (come un saggio divino induista che viaggia tra i mondi) e voglio assolutamente spendere qualche parola a riguardo: il linguaggio di questo pezzo è il suo punto di forza. A tratti appare di difficile decifrazione, con giochi di parole potenti e tutti da scoprire. Insomma, quando sono arrivata a questo punto ho compreso che ci sono determinati momenti in cui non esiste l’ambivalenza tra sogno e realtà e le due cose possono coincidere. Sogni lucidi si chiude in modo particolare: l’ultima canzone è una dedica a Giuseppe e Anita Garibaldi, la cui storia viene raccontata in chiave romantica e molto originale, sostenuta dalle tastiere che anche qui non si risparmiano. Che bellezza.

In generale il disco di Mantovani è molto forte e ispira ascolti a più livelli: è un lavoro che colpisce subito, ma viene voglia di andare più a fondo, per scoprire suoni, significati e significanti. Il rock d’autore non è un genere facile in cui destreggiarsi senza risultare né banali, né uguali a qualcosa di già esistente. Mantovani ci riesce molto bene.

Insomma, concludo con tre semplici concetti: ottimo esordio, grande potenziale, ne sentiremo parlare molto.

Di seguito le prossime date del tour di Sogni Lucidi:

mantovanidate