Mondovisione – Luciano Ligabue: la recensione

MondovisioneEsce oggi, 26 novembre 2013, il decimo disco di inediti di Luciano Ligabue, Mondovisione. Titolo semplice e diretto. Quello che unisce le 14 tracce del nuovo album è, infatti, un’idea, una visione, una foto pulita del mondo per quello che è. Del nostro mondo. Chiamiamolo pure del mondo italiano. A tre anni di distanza da “Arrivederci, Mostro”e dopo uno storico cambio di produzione (Mondovisione è prodotto assieme a Luciano Luisi) oltre che di look, Ligabue torna con un lavoro decisamente più rock rispetto al passato, per raccontare un suo personale viaggio attorno al mondo: un viaggio che percorre la geografia dell’anima e lo spazio delle emozioni. Un percorso di cui ci arriva chiara, però, più che altro la fatica. E forse, non a caso, la copertina riporta un mondo accartocciato, abbracciato dal font di un malinconico Carosello.

Il fil rouge, come anticipato, c’è ma il disco è certamente un disco di canzoni. Per cui.

1) Il muro del suono

Chitarre e synth ad accompagnare un j’accuse moderno: uno scatto indignato dell’Italia, del suo caos, della banda degli eterni, impuniti vampiri “che dovevano pagare ma non hanno mai pagato”. Una ouverture amara che si fa precisa dichiarazione d’intenti (invero poco brillante nel testo) ma che non cede totalmente al pessimismo. Nel ritornello troviamo, infatti, un bagliore di speranza, che resta, però, piuttosto sommesso e impersonale. L’arrangiamento, dalla sua, sembra dare totalmente ragione al disfattismo.

2) Siamo chi siamo

Accenni di soul e pop come variazioni sul tema per questo secondo brano. L’intenzione di raccontare un punto di vista in modo così intimo è molto interessante e trova profonda coerenza con l’atmosfera creata dalla musica, ma la questione si perde in un testo debole, condito da citazioni (piuttosto banali) di Dante e Carducci. Una ballata malinconica che convince davvero solo nel tratto finale, nel momento parlato a cui Ligabue ci ha abituati. Il momento in cui, soli di fronte allo specchio, ci guardiamo e diciamo a noi stessi “ecco, sì, siamo quello che siamo”. Un momento dove la nostalgia e l’onestà vincono e il brano diventa finalmente vero.

3) Il volume delle tue bugie

Probabilmente il brano più bello del disco. Al centro una figura che chiameremo per semplicità “Quella che non sei”. “Quella che non sei” passa da un’adolescenza difficile ad una maturità forse ancora più dolorosa. Uno splendido trattato sulla disillusione. Ligabue mantiene inalterato questo ritrovato piglio rock e dipinge un personaggio sincero (non bello, ma vero) che continua a rifuggire quello che è il mondo. Che volta le spalle alla realtà perché si illude di non avere bisogno di nulla. Il dolore perde la dimensione sociale e con una carezza folk si fa individuale. Sì, il brano più riuscito. Forse proprio perché lascia da parte per un istante la dimensione del “tutti” e si fa soltanto “io”.

4) La neve se ne frega

Una canzone d’amore. La prima del disco. Il pezzo che più ricorda il solito Ligabue. L’intimità della ballata arriva morbida con gli arpeggi di chitarra e il trasognato pianoforte finale. Anche qui però, alle parole si poteva chiedere qualcosa in più, fatta sicuramente eccezione per la chiusa “hai le ciglia bagnate e prometti di tutto e nevica ancora da togliere il fiato” che lascia un attimo storditi e in balìa della bufera.  

5) Il sale della terra

Singolo d’esordio del disco. Pezzo, quindi, già noto ai più. Una lista della spesa di quello che siamo. Di questa “Italietta”, volendo citare il Nanni Moretti de “Il caimano”. Così, Ligabue riprende il tema centrale di Mondovisione. Approfondisce l’indignazione e la stanchezza anticipate ne “Il muro del suono” e sancisce, una volta per tutte, la natura di denuncia del suo album, qui declinata in un secco processo di parole a danno dei “potenti”.

6) Capo Spartivento

Brano strumentale di 40 secondi dedicato al luogo in cui il disco ha iniziato a prender forma. Un omaggio leggero messo a questo punto del disco “per dare respiro all’ascolto”, come affermerà poi in conferenza lo stesso Ligabue.

7) Tu sei lei

Seconda canzone d’amore. Tutti quanti abbiamo una Lei. Un amore da farti dire “Tu sei lei”. Un punto di riferimento che per quanto la vita ci porti distante, ritorna e ritorna e poi, alla fine, ritorna. Un nostro amore personale e inesorabile che ogni volta ci porta a dire “e quegli occhi li conosco, io li ho visti spesso nudi ma non si vedeva mai la fine”. E anche se l’idea di fondo ricorda un po’ troppo la traccia “Ci sei sempre stata” di “Arrivederci, Mostro”, questo è il Ligabue che di certo piacerà ai suoi fan storici.

8) Nati per vivere (adesso e qui)

Un pezzo allegro e ritmico che spezza un po’ il mood dell’intero album. L’idea portante è abbastanza chiara: Rock ‘n’ roll non significa soltanto autodistruzione. Ligabue va a ripescare un sound vicino agli anni ’60 per piazzare al centro del disco un brano vivo e leggero. Il consiglio: segnare accanto al “ricordati che devi morire”, un bel “sì, ma ricordati che devi anche vivere”. Una canzone tra le più interessanti del disco a livello musicale, pur restando vero che io personalmente ho sempre preferito i bohémien.

9) La terra trema, amore mio 

Un’altra canzone d’amore. Qui la musica segue la regola della colonna sonora. L’arrangiamento cerca di riprodurre in modo secco e preciso la devastazione. Il fumo e le macerie. Lo smarrimento. Un brano che avanza per quadri e non si risparmia nel sottolineare che qualsiasi tipo di ricostruzione debba comunque passare dall’amore (inteso in senso lato, aggiungerei). 

10) Per sempre

Quarta canzone d’amore. Siamo all’amarcord. Nella traccia 10 la musica diventa un gioco di ritmi che coinvolge e fa da sfondo alle parole, qui utilizzate, al pari del brano precedente, per disegnare chiare immagini nella mente. Ascoltarla è un po’ come sedersi a guardare un vecchio album di fotografie. Il pezzo funziona e consegna a chi ascolta un’idea che già Thomas Eliot aveva raccontato nei Four Quartets: che l’eternità, in fondo, è un momento di presente piantato da qualche parte dentro di noi. Ed è un’idea che mi piace.

11) Ciò che rimane di noi 

“Cosa c’è e cosa no”. Ecco. Questa canzone, che musicalmente alterna rese ad attacchi, descrive semplicemente un dolore. Quello strano essere del dolore per cui ti rende impotente verso quello che è stato e non è più, sconfitto di fronte a quello che non è stato, eppure estremamente forte e lucido nei confronti di quello che ancora potrebbe essere. In questa Ligabue descrive una bellissima interpretazione (forse la più bella possibile) di come agisce il male quando è legato ad una perdita.

12) Il suono, il brutto e il cattivo 

Un gioco. La linea del chorus de “Il muro del suono” riproposta in chiave western. Non mi è piaciuta molto come idea. Ma forse i toni cupi dei brani precedenti andavano smorzati e messi un po’ da parte in vista del finale.

13) Con la scusa del Rock ‘n’ roll

Si chiude, con questa, la trilogia del Rock ‘n’ roll. Prima erano sogni, poi, in qualche modo, il Rock ‘n’ roll è diventata una verità. Oggi, con un sound decisamente indie, Ligabue racconta quali sono le conseguenze di una vita passata a rincorrere quei sogni, a realizzarli e a voltarsi indietro, guardando negli occhi un genere musicale divenuto ormai un amico più che un’etichetta.

14) Sono sempre i sogni a dare forma al mondo

L’ultima canzone. Forse quella che più delle altre cerca di dare una risposta, invece di fare solo domande. Ed è questo, in sostanza, il pensiero di Ligabue: che sia poi in realtà il sogno a costruire quello che ci circonda o anche, solo, la forza di quel sogno. L’arrangiamento del brano è piuttosto complesso e si percepisce che il tentativo costante è quello di riportare, a livello sonoro, l’emozione raccontata. L’impresa a tratti riesce. A tratti decisamente meno.

Insomma Mondovisione ha dentro e dietro idee forti e mature. Ha dentro un’indignazione e uno sfinimento che molti potranno condividere. E’ un disco sicuramente attuale, scritto ed eseguito da un personaggio di cui si avvertono, per esperienza e complessità, i quasi 25 anni di carriera. Ma la denuncia, che vorrebbe essere potente, a tratti sembra solo abbozzata e non ci arriva incisiva come forse ci si aspettava. La testa e il pensiero ci sono. C’è anche il cuore (un grande cuore a dire la verità, anche se, a mio avviso, davvero un poco provato) ma Ligabue paga a caro prezzo l’aver lavorato a questo disco per un anno intero. Come se avesse perso, nel lavorio e nelle complicazioni del tempo, la spontaneità e, quindi, la meraviglia di un grido. Un disco da ascoltare, senza volerci vedere dentro troppi vessilli e moti politici. Forse solo il racconto di un grande scoramento, troppo lontano dalla splendida ironia dei primi anni ’90.

Esce oggi Mondovisione, il nuovo disco di Ligabue: la recensione de LaMusicaRock 

(Ph. Jarno Iotti)