La recensione domandata: Gli Adam Carpet e il loro Parabolas

adam carpetQuando ho ascoltato “Parabolas” degli Adam Carpet sono stata catapultata giù dal divano, in un mondo fantastico, un mondo fatto di elettronica e adattamenti post-rock, rielaborati in un mix eccezionale. Ascoltandoli vi faranno viaggiare tra mondi alieni, videogames e locali pieni di luci.

Prima di lasciarvi all’intervista vi presento questa super band milanese composta da Diego Galeri (Timoria, Miura), Alessandro Deidda (Le Vibrazioni), Edoardo “Double T” Barbosa, Giovanni Calella e Silvia Ottanà . ‘Parabolas’ è il loro secondo album, in uscita a settembre su Irma Records ed in Europa per l’inglese Code7. La band sul palco ha due batterie e due bassi, già solo questo dovrebbe incuriosirvi, per il resto vi lascio alla bella recensione domandata, che ho realizzato con l’aiuto di Diego Galeri.

Gli Adam Carpet possono certamente considerarsi una superband. Com’è nato questo progetto?

Diego: da tempo avevo il desiderio di lavorare ad un progetto nuovo che non avesse le caratteristiche della band classica batteria-basso-chitarra-tastiera-voce con cui sono nato e cresciuto. L’idea di utilizzare due batterie e due bassi è stata la condizione attorno alla quale è nato Adam Carpet… man mano abbiamo aggiunto elementi (strumenti e idee) e ad oggi le doppia sezione ritmica è solo uno degli aspetti caratteristici del nostro sound. Inizialmente io Ale (Deidda), Silvia (Ottanà) e Edoardo “DoubleT” abbiamo scritto e registrato tutte le tracce del primo disco utilizzando solo batterie e bassi… il tutto ci piaceva molto ma risultava davvero troppo ostico e privo di aperture armonico melodiche… mancavano delle frequenze e non era quello che avevamo in testa… abbiamo proposto a Giovanni (Calella) di lavorare ad alcuni brani e il risultato è stato questo … abbiamo dunque allargato la formazione a cinque e rimesso mano alle tracks registrate stravolgendone in alcuni casi l’essenza. La formazione ad oggi è la medesima anche se il metodo di lavoro è cambiato parecchio. Per “Parabolas” abbiamo fondamentalmente improvvisato per tre giorni in studio avendo come unico riferimento per ciascuna track: alcune idee, il bpm e la tonalità. Dopo aver registrato un’abbondante paio d’ore di musica abbiamo editato/tagliato/aggiunto/rimescolato le tracks nello studio di Giovanni, dove lui ha finalizzato il tutto producendo il disco. Un metodo che ci ha permesso di osare in tutti i sensi e di lasciare massima libertà alla composizione. Se pensiamo alla storia della musica non è nulla di nuovo in realtà, ci sono producer e artisti che lo fanno da anni, ma lo è stato per noi come musicisti e gruppo di lavoro e questo ci ha estremamente stimolato.

È complesso far convivere due batterie? In che modo si intrecciano nella vostra musica?

Diego: all’inizio del percorso non è stato facile trovare gli spazi giusti per ciascuno strumento all’interno della nostra musica, non dimentichiamo che nella band ci sono anche due bassisti… ci è voluto un po’ per trovare il giusto equilibrio ma devo dire che comunque il tutto oggi funziona in maniera abbastanza naturale… Nel primo disco ci siamo concentrati nel trovare incastri ritmico/melodici che fossero armonici e musicali… nel nuovo album “Parabolas” invece abbiamo lavorato più sul suono, differenziando gli strumenti più che le partiture… dunque anzichè due batterie acustiche ne abbiamo utilizzato una acustica e una prevalentemente elettronica così come più chitarre e bass synth… rispetto al passato i brani si sono chiaramente evoluti verso una maggior semplicità strutturale e immediatezza nell’ascolto e il suono è decisamente più elettronico.

Parliamo dell’album iniziando dal titolo, come mai “Parabolas”?

Diego: Volevamo un titolo che rappresentasse l’evoluzione del nostro modo di fare musica… qualcosa che attraverso coordinate progressivamente differenti disegnasse un percorso ben definito ma in movimento… siamo musicisti che arrivano da esperienze molto diverse e con attitudini a volte anche contrastanti… e l’incontro di queste coordinate genera il nostro suono… parabole appunto.

Un’elettronica raffinata si unisce a suoni post rock. Com’è nata l’idea di combinare questi due diversi mondi musicali?

Diego: direi in modo molto naturale… non ci poniamo obiettivi… ci poniamo piuttosto dei limiti… nel senso che ci diamo delle coordinate entro le quali suonare e improvvisare… ad esempio l’uso di un particolare strumento o suono o un bpm… questo ci permette di avere una direzione anche se poi non si sa esattamente dove si finisce… nelle session per “Parabolas” abbiamo scartato un bel po’ di materiale che nell’insieme non ci sembrava omogeneo… dunque è possibile che per il prossimo disco partiremo da quel materiale per cambiare ancora direzione… siamo musicisti curiosi che inorridiscono all’idea di ripetersi.

“Obsessed with Casting” è il brano d’apertura. Ascoltandolo ho notato dei riferimenti ai suoni dei Kraftwerk. È un caso oppure è uno degli ascolti comuni che ha ispirato il progetto?

Diego: no non è un caso come non è esattamente vero dire che abbiamo ascoltato i Kraftwerk per scrivere “Parabolas”… soprattutto per Giovanni, che ha prodotto il disco, e per me che ho qualche anno in più di tutti gli altri, i Kraftwerk fanno parte del DNA musicale… certa musica elettronica degli anni ’80, la new wave e il krautrock hanno fatto parte dei nostri ascolti in passato e ci sono rimasti indelebilmente dentro. Oggi ritroviamo quelle influenze in un sacco di artisti attuali che ascoltiamo.

“Let’s Try To Clean My Board” ha dei richiami che ricordano i videogames. Siete degli appassionati?

Diego: io in particolare no ma alcuni di noi sì. Io però più che la musica dei videogames ci sento David Bowie di Let’s Dance e qualcosa di africano.

Le voci sono sempre in secondo piano rispetto agli strumenti. E’ arrivato il momento di dare più spazio alla musica che alle parole?

Diego: in realtà il momento era arrivato irruente con il primo disco, il desiderio di fare musica senza voce era molto sentito da tutti. Dopo anni di band classiche con il cantante, avevamo bisogno di ascoltare solo gli strumenti. Nel disco nuovo invece abbiamo provato a fare alcuni esperimenti con le nostre voci, melodie minimali in loop con voci molto trattate… ha funzionato e ci è piaciuto. Naturalmente avendo usato le nostre voci non c’è nulla che si avvicini alla performance di un cantante ma era quello che volevamo, voci usate come strumenti in modo da non spostare troppo l’attenzione sulla melodia e le parole.

Qual è il posto perfetto e il momento migliore della giornata per ascoltare “Parabolas”?

Diego: non saprei dirti… sicuramente è un album che ha bisogno di un po’ di ascolti e attenzione per essere apprezzato, ma non è musica che puoi ascoltare solamente in cuffia seduto sul divano al buio… anche se forse quello è il modo migliore per farsi un bel viaggio.

Qual è questa “TV Nerd” di cui ci parlate?

Diego: I titoli, come nel primo disco, sono visionari e rappresentano il sentire di un istante, rapide istantanee di una sensazione e più spesso di un concetto… per TV Nerd in particolare ho pensato agli appassionati di serie TV… sono tanti… che siano storie ai limiti dell’assurdo, docufilm, serie tv o semplicemente talent shows… ne faccio parte anche io, anche se non in maniera totalizzante come alcune persone… “Breaking Bad” e “True Detective” comunque hanno segnato anche me… la musica frenetica e ossessiva di “TV Nerd” mi ha suggerito l’immagine di un soggetto addicted alle serie tv, il quale non attende altro che la fine della giornata lavorativa (la prima parte schizoide del brano) per catapultarsi a casa e immergersi finalmente in una realtà altra, quella delle serie tv appunto, fino al climax e al sonno finale (seconda parte del brano)…sigh.

E adesso la domanda da cui prende spunto la nostra rubrica. Se doveste recensire il vostro album, quali aspetti mettereste maggiormente in luce?

Diego: tutti quelli che ho citato nelle risposte di prima sicuramente… Adam Carpet credo sia un progetto senza schemi con il quale vogliamo permetterci di suonare qualsiasi cosa ci venga in mente… Ecco… credo che vada preso in questo modo… non una band con uno stile preciso, ma un collettivo di musicisti a cui piace suonare e sperimentare con la musica… l’antitesi della discografia di oggi dove tutto è prestabilito e preconfezionato… ho vissuto personalmente, e non senza traumi, il passaggio dagli anni 90 ai 2K e, nonostante tutto, non mi ci sono ancora abituato… anzi ad oggi rifiuto ancor di più gli schemi e l’omogeneizzazione del mercato discografico odierno.

Recentemente ho letto la bellissima biografia di Bill Bruford e queste sue parole racchiudono esattamente il mio sentire oggi:

 “Io voglio fare una musica capace di rasserenarmi l’anima. Se ci sarà un pubblico capace di amarla… bene; se non ci sarà, vorrò ugualmente fare questa musica….

Uno scrive e suona quello che deve scrivere e suonare, perchè altrimenti non ci dorme la notte. Se invece dorme, non dovrebbe farlo comunque….

Il mio compito di artista è lavorare sulle mie sensibilità più profonde e farlo al meglio e per quanto più tempo posso.” (Bill Bruford).

 Recensione domandata a cura di Egle Taccia