La recensione domandata: “A Simple Present” raccontato da Milo Scaglioni

milo scaglioni“A Simple Present” è un album che ho scoperto in anteprima qualche mese fa durante un live all’Ohibò di Milano. Sono rimasta colpita dai suoi suoni, dalla capacità di portare l’ascoltatore dentro un paesaggio inglese autunnale, in una giornata uggiosa, in un clima nostalgico. E’ un album bellissimo, registrato come si faceva una volta, con dei testi mai banali e suonato da una band d’eccezione.

Intervista di Egle Taccia

Ho incontrato il suo autore, Milo Scaglioni, per osservare “A Simple Present” da vicino e catturarne tutti gli aspetti più affascinanti.

“A Simple Present” è un titolo che fa pensare a un regalo, a un tempo verbale e al presente. Possiamo considerarlo un regalo che ci fa vivere il presente sullo sfondo di un paesaggio inglese?

Sì hai ragione, il titolo si può intendere in tutti i modi che hai elencato. Volevo dire il più possibile con meno parole possibili nel titolo. Il paesaggio sonoro è molto inglese, ma non solo. Il bello di una canzone o di un disco è la libertà di poterla interpretare, al di là di qualsiasi preconcetto derivante dal sapere che cosa voleva dire l’autore.

L’Inghilterra e la sua musica si sentono tanto nell’album. Qual è il tuo rapporto con questo Paese?

Ho vissuto in Inghilterra 10 anni, dai 19 ai 29. Credo sia ovvio che si senta. Mi piace molto tornare in Inghilterra, è parte della mia vita.

C’è qualcosa in particolare della loro musica che hai voluto catturare e racchiudere nel tuo disco?

Niente in particolare, volevo solo scrivere delle belle canzoni e l’ho fatto nel modo più naturale possibile, dopo aver ascoltato tantissima musica inglese.

Il suono mi fa pensare a un tipo di registrazioni un po’ vintage, molto diverse da quelle a cui ci stanno abituando ultimamente. Sbaglio?

Abbiamo registrato gran parte del disco su nastro, suonando dal vivo, non lo fa più quasi nessuno in effetti, e può dare un’aria vintage.

Stiamo nuotando in un mare di miseria?

 Miseria sarebbe meglio tradotto con tristezza nel caso di “Sea of misery”. Credo che capiti a tutti.

Qual è la frase che pronunci nell’album che esprime al meglio tutto quello che vuoi dirci?

Io dico tante cose, non saprei, le parole sono importanti, tutte.

È un lavoro nato in un periodo di nostalgia?

Ha avuto una gestazione lunga, alcune canzoni hanno anche 7 o 8 anni, in alcune è presente la nostalgia, non è un sentimento che cerco deliberatamente, ma che mi appartiene.

 Prendendo spunto dal brano “Baffled mirror” volevo chiederti che tipo di rapporto hai con lo specchio?

Ci osserviamo spesso, ma non parliamo quasi mai.

 L’album assume un’aria più scanzonata col brano “Black Dog N°7”. Cosa l’ha ispirato?

 Sì, ha un’aria un po’ scanzonata, anche se il testo non lo è. Parla di tante cose, è molto personale.

“A Simple Present” vanta delle collaborazioni importanti. Ci presenti i tuoi ospiti?

I fantastici “The Winstons” (Roberto Dell’Era ha suonato 5 tracce di basso, Enrico Gabrielli tastiere fiati e cori e Lino Gitto batteria, percussioni e organo), sono stati la backing band durante la registrazione e sono stati veramente impagabili. Insieme abbiamo registrato suonando in contemporanea la maggior parte dei pezzi. Gianluca De Rubertis ha suonato il pianoforte su “Sea of misery” e il wurtlizer su “Stone Cold Sober” e Simone Prudenzano ha suonato le percussioni su “Stone Cold Sober”.

E adesso la domanda che dà il nome alla nostra rubrica. Se fossi chiamato a recensire il tuo album, quali aspetti metteresti in luce maggiormente?

Credo il sonwriting sia buono, la band fantastica e che abbia un suono diverso rispetto a ciò che sta uscendo ultimamente, vale la pena di ascoltarlo.