Kaiser Chiefs: Stay Togheter – la recensione

kaiser-chiefs-stay-together-660x660Se la vita di un appassionato di musica é fatta di godurie ed emozioni benefiche provocate dall’ascolto di  un pezzo, l’interpretazione di I Heard It Through  the Grapevine dei Kaiser Chiefs provoca effetti indesiderati importanti.

Di Alessio Cacciatore

Mi capita spesso ultimamente di riascoltarlo in  radio ed è inconcepibile tanta irriverenza  nei riguardi di un classico dei più massicci nella storia della musica pop rock contemporanea.

Il debutto discografico dei Kaiser Chiefs risale ad un semestre prima. Nello stesso periodo mi trovavo a Londra per un soggiorno di alcuni mesi quando un caro amico mi  segnalò un lieto evento: “Domani sera al Barfly di Camden suonano i  Kaiser Chiefs, una nuova band. Due settimane fa hanno pubblicato il loro primo singolo ed è pazzesco”.

Aveva ragione. Uno dei migliori singoli degli anni zero contenuto in uno dei migliori album di esordio degli ultimi vent’anni. É stato un piacere vederli in quel buco di locale, insieme a neanche 300 persone per la modica cifra di 5 £. Ma il mio invaghimento per i ragazzi di Leeds finì lì. Come quasi sempre accade, il successo ottenebra  la mente e  intacca la qualità del prodotto. Il loro caso poi è stato eclatante. Hanno avuto ancora qualcosa da dire in “Yours Truly, Angry Mob” due anni dopo ma quando mi capita di ascoltare il ritornello di Ruby gli effetti collaterali di cui parlavo all’inizio si ripresentano istantaneamente.

Mesi fa Wilson ha  annunciato un cambio di rotta e novità rassicuranti su ciò che sarebbe stato “Stay Together”, il nuovo album del quale é anche co-produttore. Personalmente sono sorpreso che siano riusciti ad arrivare al sesto disco come lo sono dell’intento che hanno ancora oggi di fare musica per un pubblico di ballerini. Ero convinto che questa tendenza fosse relegata alla metà del decennio scorso; cibo per le boyband insomma. Fra l’altro immagini recenti mostrano Wilson abbastanza smagrito. Sarà per le scorribande sulle impalcature ad ogni concerto e per le coreografie sul palco.

Per Hole In My Soul e Parachute ci sarà senz’altro  un posto nelle consolle degli infimi  club dance di mezza Europa. Mica stupidi però. Un po’ come accadde per Sex On Fire dei Kings Of Leon qualche anno fa. Con quell’aria da “Su le mani stronzoni!” già vedo la gente impazzire per quei sintetizzatori sbagliati ad effetto prolungato. Che poi non capisco perché abbiano rimpiazzato Hodgson alla batteria quando bastano attrezzature elettroniche minimal per quei suoni artificiali osceni. Happen In a Heartbeat  e  Press Rewind sono il punto più alto del dance italiana anni novanta. La cosiddetta disco commerciale il quale featuring era italiano o affidato ad un inglese madrelingua per ottenere una migliore pronuncia (o semplicemente perché faceva tendenza). Abbiamo una riproduzione con tempo  quattro quarti e l’utilizzo di snare, fills, atmosfere e progressioni.  Tutto perfetto. Mi sembra ancora un mistero la necessità di impiegare una band per simili creazioni.

Il cantato di High Society fa il verso alla voce di Prince. Nel ritornello le tastiere  riportano alla mente il deng deng-deng-deng di Licenza di uccidere. In definitiva qui si rasenta il ridicolo perché ogni formazione ha il dovere di maturare ma dovrebbe farlo ben prima che arrivi ad un passo dal fallimento totale. Non è più tempo per loro.