Ivan Romano: L’inventore saltuario – la recensione

ivanromanoL’inventore saltuario è il disco d’esordio di Ivan Romano, cantautore folk innamorato della sua terra (l’Irpinia) e delle donne.

 

 

di Eleonora Montesanti

Ritmi latini e musiche tradizionali accompagnano testi che parlano di sentimenti, passione, emigrazione, amore per la propria terra, coraggio e scontri generazionali. Si potrebbero tracciare attorno a questi temi i confini dell’esordio solista di Ivan Romano che, dopo anni di esperienza come bassista e turnista, ha deciso che era giunto il momento di creare qualcosa che riguardasse la sua artisticità in maniera più completa.

E’ così che lo scorso anno è nato L’inventore saltuario, disco di nove brani che in realtà, a dispetto del titolo, di innovativo non ha poi granché, anzi, sembra provenire dagli anni ’50, sia per le sonorità, sia per i contenuti.
Per quel che riguarda i testi, infatti, tutto è spesso troppo svelato, direi didascalico e soffocante, poiché non c’è spazio per l’azione e l’immedesimazione da parte di chi ascolta. E’ chiaro che l’amore, i sentimenti, i confronti tra le generazioni non sono cambiati rispetto a cinquant’anni fa, così come non è cambiato il modo di approcciarsi e reagire. Quel che non funziona in quest’album, infatti, è il linguaggio, decisamente troppo vecchio: alcune espressioni potrebbero essere interpretate in chiave sessista e apparire eccessivamente semplificative del rapporto con l’altro sesso.

In mezzo a tutto ciò c’è un pezzo che emerge per la sua tematica e per la sua delicatezza. Si tratta di Irpinia, un inno d’amore per una terra che, un tempo, si è stati costretti ad abbandonare, tra sofferenza e coraggio. Questo è un tipo di sensibilità che, rispetto al resto dell’album, ho apprezzato molto.

Il disco si chiude con Voce ‘e notte, una canzone classica napoletana scritta più di un secolo fa (nel 1903) e riadattata in chiave folk.