I Ministri: Cultura Generale – la recensione

i ministri  cultura generaleCultura Generale, il ritorno dei I Ministri.

di Egle Taccia

L’atteso ritorno dei Ministri si presenta quasi come un ritorno ai suoni primordiali della band, ma soprattutto come un’opera in totale controtendenza rispetto alla musica, indipendente e non, del periodo. Decidere di registrare un album in presa diretta, quasi live, è qualcosa a cui non siamo più abituati. Ormai siamo sovraccarichi di album super prodotti, di un utilizzo smodato dell’elettronica e di strumenti che più eccentrici non si può, magari scovati chissà dove per ricercare il cosiddetto “suono”, che però spesso finisce per risultare finto, ma quel che è peggio impossibile da riprodurre live. Ecco, Cultura Generale è l’opposto; è lo stesso disco sia che si senta in cuffia che live, anzi forse è molto più forte dal vivo, perché vengono messe in luce certe sfumature e certe emozioni, che purtroppo nelle registrazioni sono andate perdute. Un lavoro autentico e sincero, anche nei contenuti, che a tratti si fanno più intimi e personali, in altri diventano violenti sfoghi contro la società, con la musica che riesce a cogliere tutte queste sfaccettature e le novità del disco.

Cultura Generale, che sembra essere la fotografia dell’anima musicale della città in cui ha visto la luce, Berlino, è accompagnato dalla produzione artistica di Gordon Raphael (The Strokes) e registrato in presa diretta negli studi Funkhaus, ex sede della radio della DDR; produzione che ritengo discutibile perché Raphael, più che aggiungere, ha tolto qualcosa al disco, quel qualcosa che invece è l’elemento preponderante dei live.

I brani scritti da Davide Autelitano, frontman del gruppo, si incastrano perfettamente con quelli di Dragogna, ma hanno reso il disco più eterogeneo, mettendo in evidenza una personalità nuova della band, pur rimanendo all’interno della sua matrice tipica. I temi hanno sempre la loro veste “sociale”, ma volgono per almeno un paio di volte lo sguardo all’amore, un sentimento sofferente, quasi malato, per qualcosa che era e non è più.

Il messaggio più positivo dell’album è certamente contenuto in Balla quello che c’è, singolo estivo di forte impatto, quasi un tormentone liberatorio, mentre il brano più intimo e sincero è Io sono fatto di neve, seguito a ruota da Lei non deve stare male mai, col suo inaspettato fade out; due pezzi di cuore buttati lì, per chi è in grado di afferrarli. I brani più forti a livello emotivo sono certamente Le porte, con quel suo riff di chitarra piazzato proprio al punto giusto e Sabotaggi, che dal vivo si trasforma in qualcosa di eccezionale. La presenza di alcune ballate non deve far trascurare quei pezzi che irrompono con tutta la violenza delle chitarre e della linea ritmica “dritta” che contraddistingue la band, esemplari in questo senso Macchine sportive e Idioti. La ruvidezza di Cultura Generale la incorona come canzone outsider (in senso positivo) del disco.

Nonostante avesse meritato un lavoro migliore in fase di registrazione, questo album si presenta come l’ennesima conferma del talento della band, che resta di certo uno dei fari più luminosi della nostra scena rock!