Il Grido: la recensione dell’album d’esordio

Il Grido è una band romana che, in equilibrio tra distorsioni e raffinatezza, fa del grunge il proprio mezzo di espressione nei confronti del mondo.

DI ELEONORA MONTESANTI

 

L’album d’esordio de Il Grido è, come hanno detto loro, “un tutorial su come e dove indirizzare la propria rabbia.” Undici tracce potenti, in cui le chitarre sono le protagoniste assolute (e di questi tempi è una cosa quasi sorprendente). Queste ultime hanno la grande responsabilità di sostenere e canalizzare una rabbia sana, che nasce grezza ma che non si disperde, anzi si modella con consapevolezza e razionalità attorno ai contenuti delle canzoni.

Ad ascoltare questo LP non si può fare a meno di pensare agli Afterhours di Germi, oppure ai Timoria di Viaggio senza vento: si sente la stessa energia che si fa strada tra armonie e distorsioni. I cantati sono bellissimi ed è un piacere scoprirli nei momenti di maggiore respiro, laddove il grunge (mischiato allo stoner, all’alternative rock e all’elettronica) lascia spazio alle parole e ai messaggi.

Il disco si apre con Zero, un brano che da subito inquadra la poetica melodica della band. Zero è voglia di nuovo, voglia di avere un vuoto da riempire con infinite possibilità.
Si procede con Amsterdam, il pezzo che più profuma dei già citati Afterhours del 1995 e che lascia molto spazio ad armonie e disarmonie. La canzone di merda, invece, è un elenco esplosivo di ragioni che portano alla seguente conclusione: tempi di merda = musica di merda. La mancanza di autenticità di cui si parla qui la si ritrova anche nella traccia seguente. Solo se luccica, infatti, abbraccia tutta la società (e non solo la musica): bisogna saper emergere, a discapito delle proprie idee e della propria autentici. Perché, purtroppo, il mondo trova la maggior parte delle soluzioni nell’indifferenza, come recita Dichiarazione d’indifferenza, brano particolare che suona a tratti scanzonato, seppur affronti un argomento così pesante.

Ci sono anche episodi con accordi piuttosto scarni, come Un briciolo di noi, brano molto suggestivo, soprattutto a livello vocale.
Non poteva assolutamente mancare una ballad a dare un po’ di respiro: Con un soffio, in penultima posizione, è un pezzo in cui il grido sussurra e si prende i suoi spazi per godersi il raggiungimento di uno degli obiettivi più importanti della vita: la consapevolezza.

Il disco si chiude in una gabbia d’oro: la libertà assoluta. In Cani sciolti, Il Grido fa i conti con una conquista illusoria e controproducente. Cosa ce ne facciamo della libertà assoluta, se il prezzo da pagare è la solitudine?

In generale quest’album è un ascolto interessante, ricco di stimoli e spunti di riflessione. A livello musicale, la direzione che ha preso Il Grido è chiarissima: per esprimere ciò che ha espresso non poteva fare scelta migliore, soprattutto per la naturalezza con cui vi si sono approcciati.
C’è molta curiosità di scoprire cosa succederà in futuro.