GREEN DAY: è ora della rivoluzione? – la recensione

green-daySono passati quattro anni da “Uno!”, “Dos!” e “Tres!”, una trilogia tanto ambiziosa quanto difficile da digerire, che i Green Day tornano nuovamente sulla scena con un nuovo disco, “Revolution Radio”, album che già dal primo ascolto fa emergere prepotentemente la maggior accuratezza nella scelta dei pezzi e dei suoni, rispetto al grezzo materiale presente nella trilogia.

di Alessandro Uccello

Una rivoluzione che è un nuovo punto di partenza per la band californiana che dopo il clamoroso successo di “American Idiot” e l’ottimo album “21th Century Breakdown”, ha faticato a ritrovare una strada percorribile che dimostrasse quanto Billie Joe e soci hanno ancora da dare all’attuale panorama musicale.

Come in tutte le rivoluzioni, necessario è avere una base storica da cui attingere per costruire. Non solo diverse sono le autocitazioni dei tempi di Dookie ed Insomniac, ma tanti sono i richiami al mondo ai quali i tre ragazzi di Oakland si sono sempre ispirati, come dimostra quella potente chitarra-sirena che apre proprio la title track dell’album “Revolution Radio”, riportando alla mente “Police on my back” dei The Clash. Non da meno è l’intro di “Somewhere Now che apre il disco con un dolce ma tagliente arpeggio di chitarra acustica, in perfetto stile The Who.

Dopo un’opera divisa in tre album dove si era perso il fil rouge che legava tutte le tracce, i Green Day ritornano sui loro passi creando un album coerente nei testi e con un sound rinnovato, figlio anche dell’eliminazione di tutte le sovrastrutture presenti nelle precedenti opere, dovute alla presenza dei vari produttori e relativi arrangiamenti che negli anni si sono susseguiti al loro fianco. Questa volta all’interno del nuovo studio a Oakland sono entrati solo Billie, Mike e Tré, dando vita ad un album da un suono crudo, distorto ed incisivo che, pur essendo introspettivo, guarda ai problemi dell’intera società, con gli occhi di chi negli ultimi anni ha osservato, impotente, i problemi che avvolgono la società americana, ma non solo, passando tra i problemi della working class con “Too Dumb To Die, composta da persone che hanno perso di vista il proprio futuro, disperso nella quotidianità delle problematicità, fino ai problemi più intimi e personali con “Still Breathing. Dopo tutto il caos generato da disordini politico-sociali, e dal trambusto riportato nello stesso album, bisogna chiudere con un momento di riflessione e di calma, prima di ributtarsi nel disordine, ed ecco il perché della scelta di chiudere con Ordinary World” una ballata dal suono semplice che sogna un mondo diverso da quello descritto nelle undici precedenti tracce.

In questo 2016 segnato dal ritorno a volte sconfortante in classifica di band storiche della scena punk californiana, come Blink-182 con “California”, Revolution Radio è sicuramente una piacevole sorpresa, perché se con “American Idiot” i Green Day hanno toccato l’apice della parabola del successo, con questo disco hanno sicuramente arresto la discesa, assestandosi ad un livello ottimale.