“Franco E La Repubblica Dei Mostri” tra la Sicilia e la fredda Milano – la recensione

Franco E La Repubblica Dei MostriUn collettivo di artisti le cui origini si muovono tra la Sicilia e la fredda Milano, si nasconde dietro al progetto dei Franco e la Repubblica dei Mostri.

di Egle Taccia

Da poco è stato pubblicato il loro omonimo disco d’esordio, che mi ha colpita per il suo modo tutto particolare di raccontare una storia d’amore (e d’odio), quella nei confronti del nostro Paese, che si snoda nel classico stereotipo di relazione, in cui l’Italia viene prima corteggiata, poi sedotta, tradita e rimpianta.

Questo collettivo è un mix di generi e di strumenti molto interessante, che si muove tra i classici, il jazz, l’elettronica e il cantautorato. Un disco tutto da scoprire insomma, sia nei testi che nei suoni.

Provo a raccontarvi l’idea che mi sono fatta di questa storia ascoltando l’album.

I Menefreghisti si apre con un suono d’archi, con un approccio molto entusiastico, quasi carnale e pieno di speranze, come accade all’inizio di una storia d’amore, quando gira la testa, tra sogno e realtà, nel turbinio di emozioni e di conflitti che la passione porta con sé. Entra in scena un suono più moderno ed elettronico ne La settimana, brano incentrato sulla routine che rovina tutto, distruggendo sogni, speranze e passione. Così viene fuori l’irrequietezza dell’attesa del venerdì, giorno della libertà per post adolescenti di trent’anni o forse più. Un dubbio comincia a farsi strada tra i pensieri. Dove sono finiti i sogni e gli effetti speciali? Feroce rallenta i ritmi, scende la tristezza, il rapporto si rovina, la routine ha distrutto tutto. Ed eccoci a  Milano, con la sua velocità, la rabbia scatenata dai suoi ritmi. Tutto è distrutto e ci si sente crocifissi, comincia a venir fuori la voglia di scappare. La Repubblica dei Mostri è il brano della rottura, che nei suoni però rimane in linea con i precedenti pezzi. E’ la canzone chiave sia del progetto che dell’album, visto che racchiude in sé il concetto da cui prende vita. Il rapporto col Paese oramai si è logorato, tutta l’ubriacatura iniziale è passata, si ha solo voglia di andare via. Il Giusto senso del distacco è intriso di suoni fiabeschi, che ricordano molto il nostro passato cantautorale. I testi si alleggeriscono, forse perché la distanza sta aiutando a vedere le cose chiaramente, affogando nel vino la propria delusione. Interessante l’idea di unire la canzone che rappresenta i ricordi a delle musiche che tanto richiamano gli anni d’oro della nostra musica. L’Attesa è un brano di passaggio, le sonorità cambiano, si riscaldano, danno l’impressione di uno stato di confusione. A un tratto si modernizzano, con un testo parlato su un sottofondo di fiati. C’è disillusione, insofferenza, quel disagio interiore che si prova quando si attende qualcosa, da cui non si sa bene cosa aspettarsi. L’Altra Faccia della Luna si muove ancora sul filo della disillusione, del disincanto. La protesta continua ad essere ancora la base su cui si costruisce il testo. L’Italia è il brano che ci svela chi è la protagonista della storia. L’ironia prende il sopravvento, vengono fuori tutti i luoghi comuni, sul nostro Paese, che amaramente rappresentano la realtà delle cose. L’ironia, come vi dicevo, è la protagonista del pezzo; una sorta di caricatura in musica, per un brano che a un tratto sembra quasi essere rapito da una banda di paese, che stravolge completamente il suo impianto stilistico.

Si chiude con un riso amaro questo ambizioso esordio dei Franco e La Repubblica dei Mostri; un disco compatto, ben delineato nei contenuti, il cui concept riesce a insinuarsi alla perfezione tra testi e musica.

Franco e La Repubblica dei Mostri sono: Adriano Aricò (voce, chitarra e ukulele), Marina Mussapi (violoncello), Francesco Provenzano (batteria), Paolo Perego (basso) e Vincenzo Marino (sax, clarinetto e synth)