Diodato: “Cosa siamo diventati”, quando la sofferenza del distacco diventa magia

“Qui dentro c’è la storia che ho voluto raccontare, una storia probabilmente simile a tante altre, ma in fondo unica, come lo sono tutte.

C’è un vissuto fatto di fragilità, di sensi di colpa, di felicità, di incontri luminosi e distacchi dolorosi, di ombra e di luce, di caduta e di rinascita.

C’è la consapevolezza che tutto si arrende all’inarrestabile divenire delle cose.”

Con queste parole Diodato ci presenta “Cosa siamo diventati”, il suo nuovo album, edito per Carosello Records, in cui l’artista si mette a nudo con dei brani intimi, ma che riescono a toccare i sentimenti più profondi di ognuno di noi, dotati di quella caratteristica, comune a pochi, dell’universalità.

E’ un disco molto intenso che alterna momenti quasi sussurrati ad altri più potenti e che si muove tra tradizione e rock, senza sbagliare un colpo.

“Uomo fragile” è uno di quei pezzi che resta in testa al primo ascolto, è un parlarsi guardandosi allo specchio, un faccia a faccia col passato. La domanda “Da dove viene tutto questo bisogno d’amore che hai?” è forse la chiave su cui si snoda tutto l’album. “Colpevoli” affascina col suo pianoforte romantico ed una bellissima esplosione finale. “Paralisi” è un pezzo volutamente decadente, che può considerarsi uno degli outsiders dell’album, insieme a “La verità”. Uno dei brani che ho preferito è “Mi si scioglie la bocca”; piazzato a metà ascolto, segna uno dei tratti più intensi di un disco che definirei perfetto.

Il pianoforte è uno dei punti essenziali di “Cosa siamo diventati” e sottolineo pianoforte, e non synth o tastiere, per farvi capire che l’impronta dell’album è molto classica, alla faccia delle mode. I brani hanno dei crescendo che coinvolgono il lato più emotivo di noi, trascinandoci in un turbinio di emozioni che sono obbligate ad esplodere alla fine di ogni pezzo. Diodato fa della tradizione contenuto. “Fiori immaginari” ad esempio è un brano di una dolcezza estrema, esattamente come “La prima volta”. Durante l’ascolto si intravede chiaramente che il disco nasce da uno scavarsi dentro, da un percorso doloroso, che ha visto in questi brani la migliore terapia alla sofferenza. In qualche modo questo turbinio di emozioni è rimasto impresso nelle tracce di “Cosa siamo diventati” e come una potente magia si è insinuato nelle pieghe della nostra vita e le ha fatte proprie.

L’album si chiude con “La luce di questa stanza”, come se ci si fermasse per un ultimo saluto prima di un nuovo giorno di speranza dopo una notte di dolore e confidenze, come la quiete dopo la tempesta, come se tutto quello che è stato si staccasse dal corpo e si trasformasse in altro, in un album, in una nuova vita, in un divenire ormai lontano dal passato.

Egle Taccia