Dente: Canzoni per metà – la recensione

Foto di Jacopo Farina
Foto di Jacopo Farina

E’ uscito il 7 ottobre Canzoni per metà, il nuovo album di Dente. A dieci anni dal suo esordio si conferma un artista che porta avanti con assoluta libertà e una buona dose di fantasia la sua avventura musicale.

 

 

 

di Eleonora Montesanti

Non sono mai stata una grande fan di Dente. Non so se è una premessa fondamentale, ma in questo caso la ritengo importante.
Mi sono approcciata a Canzoni per metà con la solita patina di diffidenza, stuzzicata però dalla curiosità di questo titolo bizzarro e dall’insolita durata delle canzoni che compongono il disco.
L’originalità di questo tipo di progetto, a monte, è innegabile: già dal titolo, infatti, appare una doppia dichiarazione d’intenti. La prima riguarda appunto la brevità della maggior parte dei brani, che sono 20, sì, ma che insieme superano di poco i quaranta minuti. La seconda, invece, abbraccia largamente quel che è il contenuto: si tratta di canzoni d’amore, rivolte ad alcune metà – presenti, passate e future.

Senza ombra di dubbio, il concept di questo disco è geniale. La cosa che più ho apprezzato, però, è che oltre alla lungimiranza, c’è un mare di sincerità. Tant’è che Dente riscopre un modo di comporre che mi piacerebbe definire self-made songwriting: è lui, infatti, a suonare tutti gli strumenti presenti nell’album. Chitarre, synth, percussioni, arpe elettroniche anni ’80, drum machine, voce e cori. Il risultato è una sorta di collage, o un mostro di Frankenstein, in cui nell’insieme tutto funziona in maniera molto piacevole.
Si tratta di venti canzoni intime, strambe, essenziali. La forma canzone appare totalmente destrutturata, ma il risultato generale – seppur a tratti i brani sembrino solo abbozzati – è interessante.

C’è dell’altro, dunque, oltre ad un’ottima idea che, innegabilmente, fa la differenza. L’anormalità e la sinteticità, qui, sono il punto di forza, ma c’è un bel sottobosco di significati. D’altronde lo diceva William Faulkner: la poesia è l’intera storia del cuore umano su una capocchia di spillo. 

Il disco, inoltre, è ricco di auto-citazioni, che Dente nasconde o mette in mostra in maniera apparentemente casuale all’interno dell’album. Non so se questa è una mossa visionaria o fine a se stessa, personalmente mi lascia un po’ perplessa. Ma, di sicuro, i fan di Dente si divertiranno molto a scovarle!