Daniele Celona – Amantide Atlantide : la recensione

Daniele-Celona-foto_5-1024x1024E’ uscito il 3 febbraio Amantide Atlantide, il secondo disco del cantautore torinese Daniele Celona, in equilibrio tra cantautorato, rock, sperimentalismo sonoro e potenza narrativa.

di Eleonora Montesanti

Amantide Atlantide è ambizioso, intenso e dinamico. Di dischi così ne esistono davvero pochi, dove il cantautorato più puro riesce a convivere con naturalezza con una sperimentazione continua sui suoni. La forma canzone per come la intendiamo noi praticamente si annulla, ma non ne percepiamo l’assenza; si annulla a favore di sezioni strumentali molto lunghe e narrazioni lucide e intensificate dall’estensione vocale di Celona, capace di passare dal recitato, al gridato, al falsetto in pochi secondi, provocando un costante scalpitìo di viscere.

Amantide Atlantide, in realtà, è anche molto di più. Perché Amantide Altantide, per la maniera che ha di analizzare meticolosamente una società impazzita e il riflesso dei sentimenti di coloro che la abitano, non si risparmia. E’ un disco vissuto appieno, che si immerge totalmente nell’esistenza, non contemplando la presenza delle sfumature, consapevole di rischiare di schiantarsi, ma ciononostante inerme di fronte ad ogni tentativo di proteggersi. Forse perché vivere di estremismi, aggrappato testardamente alle proprie verità e usandole come filtro per guardare qualsiasi cosa, è l’unico modo che questo artista conosce.

Per questa ragione Amantide Atlantide è un disco cosmico, universale, legato indissolubilmente ai quattro elementi naturali per eccellenza: fuoco, terra, aria e acqua.

Nelle undici tracce che lo compongono tutti gli elementi coesistono in maniera costante e rispecchiano gli stati emotivi che li dominano. Ma in questo mondo fatto di confini marcati succede che, in certi momenti, uno domini prepotentemente sugli altri.

FUOCO.
Il fuoco regna su Amantide, il brano che apre l’album e che smuove un’emotività massacrante. Si tratta di un viaggio temporale fatto di rabbia, passione e rassegnazione. Le lunghe parti strumentali – che profumano molto di We were promised jetpacks – sembrano un’auto-terapia, un continuo punzecchiarsi alla ricerca di un’esplosione, che giunge nella seconda parte di cantato: lo so, lo so che sopravviverò / ma non oggi / lo so, lo so che è solo un attimo / ma che Dio mi bruci così. Dopo il grido disperato, infatti, si ritorna alla pacatezza dei suoni iniziali, quasi a volersi ricomporre.
L’amore, però, non vince mai. E’ quello che ci insegna anche Johannes, il pezzo più incredibile del disco. Lo scheletro di questa canzone è complesso, poiché è basato su una sceneggiatura a più voci narranti, dunque su più ritmi e più vocalità. E’ una rielaborazione introspettiva e carnale del seduttore di Kierkegaard, poggiata su arrangiamenti bruschi e scalpitanti.
Dalla passione e dalla rabbia che dominano il fuoco, però, può scaturire una reazione. La colpa infatti cela – dietro a una piacevolezza sonora – un’esortazione a non piangersi addosso, a guardarsi dentro e reagire, con coraggio: non ci sono scuse, se hai fiato devi correre.

 

TERRA.
Puoi decidere. Dice così, il suggestivo ritornello di Sud Ovest, brano che, a partire dalla reazione di cui si parlava poche righe più su, ci fa ricordare che siamo vivi e che possiamo rifocillarci anche nel momento in cui, con i piedi ben saldi sulla terraferma (la stessa terraferma che per tanto tempo abbiamo percepito come una limitazione) ci rendiamo conto di possedere uno slancio maggiore per spiccare il volo. Una dichiarazione di pace, dunque, un armistizio nei confronti di un luogo che ci ha fatto soffrire, ma che, finalmente, riusciamo a chiamare casa, come la Torino di Sotto la collina.

 

ARIA.
L’aria è così impalpabile e intangibile che può ingannarci, con i suoi due volti. Il primo è quello salvifico, quello che gli consente di pulirci i pensieri, ridando ossigeno al cervello. C’è una certa ponderatezza, infatti, in V per Settembre e L’oro del mattino. L’aria ha il potere di distruggere, con una semplice folata di vento, tutti quei castelli in aria che con cura abbiamo costruito.
V per Settembre è un risveglio. Un risveglio non proprio voluto, difficile da digerire, ma lucido e necessario per scontrarsi con la realtà, con i segreti e i conti lasciati a stagnare troppo a lungo.
L’oro del mattino è un passo ulteriore verso la costruzione di una calma (a tratti inquietante) che ci dà il potere di controllare la rabbia e di non mostrarci deboli. Nel primo caso, dunque, l’aria ci aiuta a proteggerci.
Il rovescio della medaglia, però, è la sua effimeratezza. L’aria fritta di cui si narra nel testo ironico e beffardo di Politique, infatti, ci fa sbandare e cadere di nuovo, consapevoli del fatto di non avere più punti di riferimento.

 

ACQUA.
E’ facile perdersi dentro a un bicchiere d’acqua. O di alcol. Capita, a volte, di andarsela a cercare appositamente, questa temporanea condizione di stordimento. Vampiri su colli di vetro (titolo geniale per descrivere un connubio vecchio come il mondo: l’alcol e la voglia di dimenticare) ci scaraventa in uno stato malinconico e volutamente confuso. Ma nemmeno questo è un rimedio funzionale: l’acqua, ahinoi, col suo essere così cristallina, ci rende consapevoli dell’impossibilità di costruire qualcosa su fondamenta liquide, quelle di cui si parla in Precarion. Questa canzone è un climax ascendente, dove la forza devastatrice delle chitarre amplifica l’amarezza e la rabbia nel constatare di vivere in un mondo dove l’incertezza viene consacrata e venduta come sinonimo di gioventù. Siamo una società destinata al naufragio.
Come Atlantide, la città della quale, proprio per colpa dell’acqua, si è persa ogni traccia. Così si intitola il brano posto in chiusura del disco: dalla prospettiva di un universo che crolla si passa alla fine di una storia d’amore, che annulla ogni istinto. Ci si ritrova improvvisamente soli, smarriti e disperati, a confrontarsi con un lungo addio, con un noi che diventa mai più.

Non c’è nessun lieto fine, dunque, nel disco di Daniele Celona. Questa consapevolezza, però, si trasforma in un estremo punto di forza: non c’è un attimo di arrendevolezza in quest’equilibrio musicale e poetico tra declino e speranza, tra ostacoli e possibilità, tra rassegnazione e forza.

Amantide Atlantide è un disco che insegna ad avere coraggio; è un pugno in faccia, uno di quelli che sono più curativi di centomila carezze.