Britney Spears torna con “Glory”, un disco inaspettato

Sembra che quando la principessa del pop, Britney Spears, abbia annunciato il suo ritorno con “Glory”, molti di noi si siano un po’ preoccupati, sapendo bene che nuovo album equivale a nuova Britney e quindi ad un nuovo tentativo di rinnovamento dopo gli ultimi insuccessi discografici. Eppure stavolta il rinnovamento in parte è reale, perché Britney ci porta in un nuovo mondo, moderno e ammiccante, in cui si respira un r’n’b vecchio stile, ma comunque dignitoso.

La prima cosa che ho pensato ascoltando “Glory” è stata: “ Ha cambiato voce!”. Nell’album infatti c’è un uso smodato di filtri e suoni ovattati, che mi ha dato una bella spinta ad ascoltarlo.

Pubblicato a fine agosto per RCA Records, “Glory” è il nono album in studio di Britney Spears, disponibile in due versioni, una classica con 12 brani e una deluxe con 17 tracce.

Dopo vari ascolti posso confermarvi che le mie aspettative sono state superate. Anche se non può certamente definirsi un lavoro eccezionale, “Glory” è un buon lavoro,  che racchiude quelle 4 o 5 tracce che possono regalare all’album un discreto percorso. L’idea dei filtri alla voce di cui vi parlavo prima ha fatto sì che venissero fuori alcuni brani dai contorni r’n’b molto ben definiti, mentre altri, dove la voce è quasi al naturale, hanno il sapore di canzonette piazzate lì a caso, giusto per aggiungere degli orpelli dove non era necessario farlo. Mi riferisco principalmente a “Private Show” e “Man of The Moon” che sono dei pezzi quasi inascoltabili, smielati e al limite dello svenevole, roba da parco giochi con lo zucchero filato.

Avendo già sviscerato tutta la mia insofferenza su alcuni aspetti di “Glory”, adesso è il momento di rivelarvi quello che invece è da salvare di questo album.

“Invitation” è uno di quei brani, che se ascoltato per caso, non attribuireste mai a Britney, perché grazie alle sue sonorità calde e sensuali e a un lavoro ben fatto sulla voce, che viene resa quasi umana, risulta essere un pezzo degno di un certo tipo di pop da classifica. Anche la ballabilissima “Do You Wanna Come Over” passa la prova, ma non eccelle. Da qui e per qualche brano l’album cade in un declino imbarazzante, la voce di Britney viene fuori al naturale e stona totalmente con il tappeto sonoro della terza traccia “Make Me…”, per poi cominciare a riprendersi in brani come “Slumber Party”, in cui alcuni accenni reggae vengono sobriamente sovrapposti a un sound moderno e molto ben studiato. Una chitarra apre “Just Like Me”, ma è solo un accenno, perché l’elettronica torna a prendere il sopravvento quasi immediatamente. Purtroppo per noi in “Love Me Down” Britney si esibisce in una pessima imitazione di Beyoncè e in un tentativo di rap malriuscito, ma nonostante tutto il sound del brano è accattivante. L’album sul finire contiene anche due esperimenti: ritmi latini, per nulla sgradevoli, in “Change Your Mind (No Seas Cortes)”, brano che entra facilmente in testa, e  suoni d’oltralpe in “Coupure Élecrique”, che non solo parla francese nel testo, ma cerca di richiamare anche il loro modo di parlare pop, in un esperimento ben riuscito. “Liar”, con i suoi ritmi afro, è forse il pezzo più radiofonico di “Glory”.

Il disco non è male, visti anche i precedenti dell’artista; nella carriera altalenante della nostra principessa segna sicuramente una risalita, ma probabilmente l’eccessivo numero di brani, non proprio omogenei, ha creato un disordine e una discontinuità nell’album, certamente evitabile. Probabilmente mai come in questo caso sarebbe stato fondamentale ricordare che “Less is More”!

“Glory” è sicuramente migliore delle ultime esperienze discografiche di Britney, ma non ancora all’altezza dei suoi primi lavori, del periodo in cui rimanevamo incollati su MTV nell’attesa di vederla apparire sullo schermo.

Egle Taccia