Bianchi Sporchi la recensione e le foto al Bloom

bianchi sporchiBianchi Sporchi pubblicano il loro disco omonimo e lo presentano al Bloom di Mezzago

di Kant 93

Le realtà italiane si divertono molto a miscelare influenze delle storiche band classiche in chiave puramente moderna, amalgamando bene il composto con una sana dose di inventiva. I Bianchi Sporchi hanno fatto proprio questo: rinnovare ciò che è già stato scritto.
La formazione originaria della Brianza è composta da cinque eclettici musicisti che provengono da mondi totalmente diversi ma che sono tutti accomunati dall’amore per la musica Afroamericana degli anni ’50. Per questo motivo hanno masticato tutti i generi derivanti da questo minimo comun denominatore: soul, jazz, blues e beat. E’ questa la base della proposta del quintetto: unire in una scoppiettante soluzione queste molteplici influenze in una band rock/blues. L’omonimo dei Bianchi Sporchi pubblicato quest’anno è un’ottima prova strumentale della band poiché riesce chiaramente a sfruttare tutte queste influenze con grandi vantaggi.
Le otto tracce del disco, sebbene non siano caratterizzate da una lunghezza notevole, posseggono fortissimi riferimenti agli anni ’50, al grande Elvis Presley, il padre del Rock, a Ray Charles, ai Muddy Waters. Nella track “Etta”, un brano perfettamente doo-woop, è interessante come tutto ciò crei un’atmosfera fortemente nostalgica e particolare. Il buon apporto degli strumenti unito a una buona tecnica generale riesce a formulare il giusto connubio tra le varie sezioni. Non dimentichiamoci come una forte cultura musicale sia sempre complice di un grande estro creativo che, stranamente, in questo caso non punta molto all’originalità ma in quanto a un minestrone di diversi elementi ri-arrangiati in chiave più blues. I brani sono molto cadenzati e resi belli dalla grande cooperazione tra batteria e contrabbasso, elementi indispensabili per comprenderli al meglio.
L’interpretazione del cantante risulta molto sentita e sentimentale, ricca di passione e energia seppur talvolta fin troppo teatrale. In sostanza questa è una band che convince al primo ascolto ma che ci ritrasporta in quel mondo sempre più dimenticato del soul degli anni ’70. Siamo di fronte a una formazione energica con tanta voglia di sfondare che cerca la via della nostalgia e del buon gusto per riuscire nell’intento.
Consiglio fortemente l’ascolto di questo quintetto poiché merita la più profonda attenzione, magari anche per riscoprire antichi sapori dimenticati.

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