Beatrix Boulevard: Paradigma – la recensione

beatrixboulevard_paradigma_smallMario Carina

Uscito negli ultimi giorni dell’anno il nuovo lavoro dei Beatrix Boulevard dal titolo Paradigma. Un full lenght album di 12 tracce che ne contiene anche tre del precedente EP Uncut del 2009.

La produzione è di quelle importanti, si avvale della collaborazione di Valter Marchesoni (Casino Royale, NoGuru, Sottotono, Exilia, ecc) e di Ted Jensen (Muse, Deftones, Sigur Ros, Alice in Chains,..) per il mastering, fatto a New York.
La band milanese, che nasce dalle ceneri del progetto metal Mala Sangre, vira totalmente sul genere. Pur rimanendo sempre in un ambito rock energico, l’album non presenta tracce del passato. Il suono è depurato da sonorità heavy e hard.
Il risultato ne è un buon prodotto di quello che si può definire alternative rock, molto ispirato agli anni 90.
A detta dei Beatrix Boulevard, il disco ha avuto una lunga gestazione, che risale alla fine del 2011, momento in cui la band è entrata in studio.
Se è vero che “dire la verità paga”, beh forse questa lunga gestazione e (immagino) i continui re-impasti, han fatto perdere un pò di freschezza e immediatezza al prodotto.
Quello che salta subito all’orecchio è il timbro della voce che non lascia ombre di dubbio. Riporta alla memoria di certe band grunge/post-grunge del calibro di CreedStaind, ma anche Pearl Jam.
Seppur ricordi Vedder, rimane troppo impostata e pulita, che a lungo andare può stancare. Manca quella ruvidezza e quell’incazzatura in più che faccia volare alto i pezzi, ma bisogna ammettere che in Fast Car riesce invece a sintetizzare il ritornello perfetto. Rimane in testa.
Dal punto di vista prettamente musicale le influenze sono molto più variegate e complesse. Ci sono echi di System of a Down (You Fligh High, Bakeria), ma anche di Foo fighters nella sognante Acustic, o di Placebo (In your room).
La band strizza l’occhio anche al pop nella weezeriana Beautiful.
 
In definitiva, Paradigma ha un buon potenziale e le idee non mancano. L’unica nota negativa è forse la lunghezza dell’intero prodotto (ndr).
In un momento particolare come quello in cui viviamo, dove siamo esposti ad un offerta musicale pressochè illimitata su servizi come spotify dove si può scegliere in un attimo cosa ascoltare e l’ascolto diventa inesorabilmente troppo superficiale (purtroppo),  puntare ad un lavoro di 12 tracce, si rischia di distrarsi e perdere l’immediatezza del “pezzo bomba”.
Forse è meglio fare meno, ma concentrare tutti gli sforzi su determinati brani.