Audrey: Lost in Promises – la recensione

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Reduci da quasi un anno di tour, che li ha visti anche a Kiev e che si concluderà a fine ottobre in provincia di Milano (terra di origine della band), ecco gli Audrey.

di Elena Giosmin

Il gruppo ama definirsi Pop Core e, nonostante l’apparente ossimoro musicale, la definizione calza loro a pennello

Si tratta di una band le cui radici affondano nel hardcore melodico anni ’90, tra centri sociali, pogo, crowd surfing: nascono, nel 2007, dall’unione di membri degli Out of Reach (Stefano Perissinotto ed Edoardo Bolis) e Ivano “Ozzo” Tomba, fondatore dei PHP.

Dopo una lunga e travagliata serie di cambiamenti di line-up, l’arrivo alla voce di Breg, proveniente dai Vithra e The Fuse, dà nuova linfa vitale alla band: nasce l’album di esordio: The Missing Heart Beat Pt I.

Due anni dopo, nel 2013, gli Audrey tornano con il loro secondo lavoro, Lost in Promises, in cui la band vuole segnare una linea di demarcazione col passato e perseguire il proprio progetto commerciale.

Frutto dell’abbandono della band di Ste e della conferma della formazione di Die (bassista), Ozzo (chitarra) e Breg (voce) il disco esce nel novembre 2013, prodotto da Teo Magni e dagli stessi Ozzo e Breg.

L’album, così come il gruppo, è legato a un’immagine ben definita, stilisticamente e graficamente chiara, piuttosto sofisticata e molto poco italiana (e voleva essere un complimento).

Musicalmente parlando, si tratta di un hardcore che mischia l’elettronica e il growl, il cantato pulito (ottima la capacità di Breg di passare dal graffio del growl al melodico) e le chitarre imbizzarrite. Molto bella l’intro per pianoforte, e la seconda parte del disco più convincente della prima, dalla title track Lost in Promises in poi.

Ovvi i richiami a gruppi come Linkin Park, gli ultimi Inflames e Dark Tranquillity, ma in certi punti ci sono anche eco dei System of a Down e i Rage against the machine.

 

Decisamente un progetto coerente, ben suonato e prodotto.

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