Appino: Grande Raccordo Animale – la recensione

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E’ uscito lo scorso 26 maggio, per Picicca Dischi, il nuovo album da solista di Appino. Una cornucopia di sonorità volta a rappresentare il viaggio perenne di un’umanità sempre in movimento.

 

 

di Eleonora Montesanti

 

Prima di cominciare a scrivere questa recensione ho fatto una scelta: ho scelto di evitare di paragonare Grande Raccordo Animale a Il testamento – il primo disco di Appino, uscito nel 2013, che considero uno dei più bei dischi italiani del nuovo millennio.

Presa questa decisione, dunque, mi sono dedicata all’ascolto continuo di GRA e ho scoperto un Appino rinnovato, dinamico, meno concentrato su se stesso e abbastanza saggio da poter vivere nell’universo senza smarrirsi e da offrirne un’immagine profonda e avvolgente.

GRA è un carnevale di percezioni, persone, culture, influenze musicali e percorsi. La produzione artistica di Paolo Baldini è la scelta perfetta per affiancare l’artista pisano nella creazione di un equilibrio tra i ritmi luminosi del Meditarraneo, le percussioni orientaleggianti, la risolutezza del rock e l’intima forza di questi testi, così lucidi e corali. E in effetti, sì, Appino si impegna molto a stare in equilibrio tra la sua identità e l’introduzione di nuovi elementi stilistici nel suo modo di comporre. Forse troppo.

Mi spiego meglio: quel che manca a questo disco, sia dopo un ascolto che dopo cento, sono le viscere. Sembra che GRA non nasca da un’urgenza comunicativa vera e propria, ma che aspiri ad essere più un episodio di sperimentazione, di sfida verso i propri limiti, e perché no, di divertimento. Che poi anche questo vuol dire essere Artisti con la A maiuscola, non lo metto in dubbio, e forse Appino, dopo vent’anni di carriera, può permettersi di spiazzare il suo pubblico.

Ad ogni modo, GRA è un giro concentrico a spasso per le galassie, partendo a bordo di una nave da tempi lontani e atterrando in spazi ancora più distanti, nei quali ciò che ci differenzia gli uni dagli altri in quanto esseri pensanti è una cosa: la volontà di scegliere.

Il viaggio comincia da Ulisse, brano nel quale si nota il primo assaggio di raggae e una voce vagamente r’n’b. E’ la storia di una partenza, di una rinuncia alla certezza in favore della fame di esperienza e della volontà di cercare se stessi altrove, perché una volta partiti non si può più ritornare: d’altronde Itaca non c’è.

Dall’Antica Grecia si fa un balzo nel presente, precisamente sul grande raccordo anulare di Roma, che diventa (nella title track) una metafora che rappresenta la nostra esistenza, nella quale gli elementi della natura sono destinati a riproporsi ciclicamente e sono gli stessi per tutti; di fronte ad essi, però, ognuno è libero di percorrere la strada a modo suo.

In New York, invece, la geografia diventa il mezzo per descrivere l’incompatibilità tra due persone: basta guardare una mappa per capire che la complessità di una città come New York non potrà mai essere accolta dentro ai confini – tra le braccia – di un paesone.

Oppure si potrebbe aspirare a superare ogni barriera e sognare L’isola di Utopia, un luogo dove ognuno deve essere libero di poter credere in quel che vuole, e non in ciò che gli viene imposto. Le atmosfere orientaleggianti si uniscono in questo brano ad un fingerpicking molto delicato e insieme fanno da sfondo a un flusso di coscienza stimolante e necessariamente egoista che grida a gran voce: non credo a niente che sia già stato deciso.

Non dobbiamo preoccuparci di nulla, soprattutto dei giudizi degli altri: alla fine siamo tutti contemporaneamente vincenti e perdenti, come ci fa notare il ritornello della psichedelica Galassia, una delle canzoni più interessanti e riuscite di tutto il disco, insieme a Nabuco Donosor, che rappresenta, col suo ritmo strascicato ed ipnotico, il fiore all’occhiello di Grande Raccordo Animale.

Dentro a questo disco, comunque, non mancano nemmeno episodi marcatamente pop, come il primo singolo Rockstar, che mi ha fatto pensare all’altra faccia della medaglia del Roxy bar tanto caro a Vasco Rossi. Qui si affronta un tema molto delicato, vale a dire l’effimeratezza del successo. Tutti lo bramano, ma in pochi sanno che, prima o poi, per ogni artista giunge il momento in cui anche il suo mestiere diventa meccanico e l’essenza dell’arte, in certe situazioni, viene concepita da un’artificialità forzata.

Il disco si chiude con Tropico del cancro, un pezzo di matrice gucciniana in cui chitarra acustica e armonica accompagnano un flusso di coscienza asimmetrico e irregolare, in cui il cantautore spiega il perché di questo disco e poi si perde nei meandri di una cena al limite della realtà.

Un finale vivace e coerente: nulla come questo disco rappresenta meglio il concetto di volontà di scelta di cui parlavo all’inizio.

Dunque Appino dà prova di essere uno degli artisti più sensazionali, eclettici e magnetici del panorama italiano attuale, e la sua capacità di scegliere e osare lo dimostra anche questa volta. (Anche se a La volpe e l’elefante non mi abituerò mai.)