Anthony Laszlo: la recensione dell’album d’esordio

Anthony LaszloEsce il 20 gennaio per etichetta INRI l’omonimo disco d’esordio degli Anthony Laszlo, irrequieto ed eclettico duo torinese, tra cantautorato, punk, rock e psichedelia.

 

 

di Eleonora Montesanti

 

Il disco degli Anthony Laszlo inizia con un titolo che è un acronimo: FDT. Fin dalle prime note si intuisce immediatamente l’unico significato possibile di questa sigla: fuori di testa. Esatto, perché il duo torinese composto da Anthony Sasso e Andrea Laszlo De Simone è un’esplosione di follia, psichedelia ed estetica di fronte alla quale è impossibile rimanere indifferenti.

Nove tracce, trenta minuti di fiato sospeso. Non c’è un attimo di debolezza, in questo lavoro: le atmosfere di chiara matrice battistiana, il cantautorato intimista basato su scie melodiche ipnotiche e trapananti, gli episodi d’ispirazione blues o punk, i richiami alla purezza del primo rock’n’roll, l’ironia, l’utilizzo di un linguaggio al contempo spensierato e malinconico sono tutti elementi caratterizzanti per cercare di descrivere l’eterogeneità e la potenza di questo duo.

Si comincia dunque col botto: FDT è un vero e proprio viaggio mentale su base blues / funky che descrive l’insicurezza cronica provocata da una condizione di abbandono vissuta durante l’infanzia. E’ un brano schizofrenico, curato nei dettagli, dove le sonorità sono ipnotiche e la voce appare ovattata. L’assolo di chitarra è di Gionata Mirai, il quale avrà anche il ruolo di disturbatore in Gioco, una pezzo con una costruzione un po’ più classica, ossia una ballata decadente ed esistenzialista che ricorda molto lo stile di Endrigo; qui il chitarrista del Teatro degli Orrori arricchisce il brano con un bridge, ossia un componimento strumentale a se stante inserito per contrastare l’andamento melodico della canzone.

Amarsi come non amarsi, poi, è il brano più pazzesco di tutti, uno di quelli che si incastrano nel cervello e non ne escono più: i Blonde Redhead incontrano Celentano e creano una melodia che gira attorno a se stessa e ti inghiotte come un vortice.

Da questo vortice, poi, vieni scaraventato nel punk di Cosa vorrei?, che vede Bianco alle chitarre elettriche e che parla dello smarrimento provocato dalle ossessioni: quando ci si fissa prepotentemente su qualcosa finisce che si perde di vista tutto il resto, annullandosi: tutto è vuoto quando cerchi lei.

In direzione opposta sembra invece andare Lei, una ballata d’altri tempi che profuma di Tenco, che sembra appartenere anche ad una dimensione ultraterrena. Il ritornello è conciso, graffiante e a tratti ossessivo; l’atmosfera è tutt’altro che rassicurante: sul finale il loop armonico sempre più forte a discapito della ripetizione della parola lei sempre più fievole dà l’idea di qualcosa che viene inghiottito.

Ma arriva l’ennesimo scossone: Quello che io vorrei è una presa di posizione, uno sfogo breve ma intenso basato su una batteria martellante e un’atmosfera rockeggiante che ricorda gli anni Sessanta.

Una nota particolare la merita Solo se fossi, per le sue atmosfere apparentemente pacate e per l’angoscia del testo che descrive l’eterno conflitto interiore, generato dal rifiuto di se stessi e dall’incapacità di mettersi nei panni degli altri: solo se fossi dio avrei la forza di stare al mondo / e se fossi il cielo risplenderei sopra tutto quanto / solo se fossi me io non mi vorrei / e se fossi un altro mi rimpiangerei. Una canzone che buca lo stomaco.

Insomma, a questo disco davvero non manca niente: è maturo, originale, imprevedibile. Gli Anthony Laszlo sono poliedrici: l’alternarsi tra forza e morbidezza, paranoia e sollievo, umanità e perfezione, malinconia e spensieratezza rende la loro identità artistica molteplice, come un solido con nove facce diverse, ma legate indissolubilmente da quell’energia che, sgomitando, si fa spazio fino ad arrivare al midollo.

Tracklist

  1. FDT

  2. Amarsi come non amarsi

  3. Cosa vorrei?

  4. Lei

  5. Quello che io vorrei

  6. Solo un uomo

  7. Solo se fossi

  8. Gioco

  9. Un altro giorno