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Albedo: Metropolis – la recensione

Albedo (1 di 13)Metropolis, il quarto disco dei milanesi albedo, è il racconto di un’Odissea ambientata nel futuro, in cui il protagonista affronta un viaggio verso la Metropolis (un chiaro tributo al capolavoro cinematografico di Fritz Lang) alla disperata ricerca di se stesso.

di Eleonora Montesanti

Fare domande è più interessante che dare risposte. Partirei da questa consapevolezza per parlare dell’ultimo concept album dei milanesi albedo, uscito per Massive Arts Records. Hanno scelto di intitolarlo Metropolis, un titolo imponente e saldo come le fondamenta di un grattacielo, volto a rappresentare il viaggio oscuro e metaforico di un personaggio fragile che  intravede nella grande città una via d’uscita, una possibilità per cambiare il proprio destino.
Metropolis, dunque, è innanzitutto una narrazione, ambientata in un contesto insolito in cui dilemmi universali e sentimenti comuni vengono affrontati con una sincerità estrema e destabilizzante. A livello musicale, gli albedo si dimostrano per l’ennesima volta una certezza irrinunciabile, soprattutto per la loro capacità di creare equilibrio tra suoni e parole, non badando ad incollarsi addosso una definizione di genere, bensì curando ogni minimo dettaglio a favore delle sensazioni.

Tutte le storie, naturalmente, cominciano dalle Partenze. Un’irrequieta intro strumentale ci introduce nella testa del protagonista e ci fa percepire il suo disagio. Andarsene dal luogo d’origine, un luogo che non si ha mai avuto il coraggio di chiamare casa, dove si conosce e si detesta tutto e tutti; andarsene per non rimanere inermi di fronte ad una prevedibile infelicità. La metropoli, nonostante venga descritta come un posto disumanizzato, senza sogni e speranze, viene ancora vista come il luogo delle opportunità, nel quale si può nascondersi tra la folla per sfuggire a un destino dettato dall’irrimediabile accettazione di una determinata condizione, poeticamente narrata in una sorta di profezia.

E proprio questa Profezia è la seconda traccia del disco, totalmente pianocentrica e basata su un utilizzo della voce sussurrata, come se provenisse da lontano (o dalla coscienza). All’inizio, come ogni profezia, sembra presagire un futuro positivo, fino al momento in cui, come una lama conficcata nello stomaco, lascia intuire che, comunque vada, il prezzo da pagare sarà sempre la solitudine. Il benessere materiale è una chimera, perché non si potrà mai scappare da se stessi: per ogni andata c’è almeno un ritorno.

Un’apparente via di fuga potrebbe stare nell’osservare le stelle, per smettere di concentrarsi su se stessi e chiedersi se c’è qualcun altro in questo universo così grande. Alla fine, però, anche questa vastità diventa insostenibile ed è un attimo lasciarsi sommergere dai dubbi.
Immerso in questi pensieri, quasi senza accorgersene, il protagonista giunge alla tanto agognata Metropolis e, per un momento, la sua mente ritorna lucida. Tutte le strade, infatti, è il pezzo meno oscuro di tutto l’album. Scrutando la sua meta all’orizzonte, l’io narrante si accorge che, in quel momento, tutto è davvero possibile: adesso posso anch’io reagire / c’è una rivoluzione / in questo posto qui e oraQuesto è il brano più completo di Metropolis, poiché rappresenta l’equilibrio tra passato, presente e futuro e dove brilla un’amorevole umanità di fondo alla quale è necessario rimanere ancorati.

L’illusione, però, dura poco. Higgs è pezzo granitico e aspro sul confronto tra scienza e religione. La prima ha annientato Dio: nessuno lo prega più, hanno vinto la concretezza e il raziocinio. Da questo punto di vista totalmente ateo scaturisce l’amarezza del vivere consapevoli ma soli, senza più alcun valore.

E allora rimane solo l’amore, quello scoperto da un Replicante dalle sembianze umane. In questo brano c’è un percorso evolutivo e il suo scheletro compositivo somiglia molto a quello dei romanzi di formazione. All’apice dell’alienazione non si capisce più quale sia la differenza tra umani e replicanti, poiché sono entrambi degli automi perfetti, capaci a stento di pensare, capaci a stento di reagire. Tuttavia dalle ceneri di una domanda eterna come: chi sono io, da dove vengo, dove sto andando? può innescarsi una reazione che risveglia un’umanità intorpidita. Il brano, infatti, subisce un cambio di direzione, da artificiale diventa introspettivo, empatico e commovente, proprio grazie alla scoperta dell’amore.
Aggrappato a questa fievole scintilla il protagonista si rende conto che questa è l’ora di partire e tornarsene a casa, perché il suo presente nella metropoli non esiste, anzi, lui stesso non esiste, e per salvaguardare quel briciolo di umanità che gli resta può solo afferrare i suoi ricordi.
Il disco si chiude con Sei inverni, un’analisi lucida e consapevole del percorso svolto: non è stato un fallimento, non ci sono rimpianti, ma c’è la forte volontà di pensare che era esattamente così che doveva andare. Perdersi per ritrovarsi, per conoscersi, per imparare a fare affidamento su se stessi, per trasformare l’odio in amore. L’importanza del viaggio non è solo arrivare.

TRACKLIST

  1. Partenze

  2. La profezia

  3. Astronauti

  4. Metropolis

  5. Tutte le strade

  6. Higgs

  7. Replicante

  8. I miei nemici

  9. Questa è l’ora

  10. Sei inverni