Afterhours: Folfiri o Folfox – la recensione

Folfiri o Folfox AfterhoursHo fatto di tutto nella mia vita per raggiungere una serenità che non mi appartiene ed evidentemente non mi apparterrà mai.

Queste le parole con cui Manuel Agnelli presenta il nuovo album degli Afterhours, grazie alle quali ho cominciato ad addentrarmi in quel viaggio nel dolore e nella morte, verso la cura e la salvezza, che è “Folfiri o Folfox”.

di Egle Taccia

Quel nome così musicale, che in qualche modo mi ha fatto pensare a un mondo fantastico fatto di gnomi e di elfi, in realtà rappresenta dei chemioterapici a cui si è sottoposto il padre di Manuel prima di morire; una realtà di mostri, orchi e creature della notte, quindi.

È un disco sul dolore, sul cancro, sulla morte, sulla sofferenza, ma con la forte e riuscitissima intenzione di parlare di questi temi per esorcizzarli, per tirare fuori il dolore che inevitabilmente ci colpisce e ci accomuna tutti.

Un album universale, come universali sono le opere d’arte, e in fondo di questo si tratta, dell’opera d’arte più riuscita degli Afterhours. Un tema come quello del cancro, della sofferenza e della morte ci tocca inevitabilmente tutti, ma è anche un tema che qui da noi viene sempre evitato per le nostre tanto note superstizioni. Dopo averci chiesto se avessimo paura del buio, con questo album la domanda che ci viene posta è certamente: Hai paura della morte?

In fondo perché nascondere questi temi? Perché non farli diventare dei brani meravigliosi? È così che nasce questo percorso, un doppio album, nato dopo gli stravolgimenti subiti dalla band dopo i due importanti abbandoni, che oggi la vedono più unita e rinnovata che mai. È un album quasi corale, dove ciascuno dei musicisti che compongono la band ha potuto metterci del proprio.

Un concept che racconta la storia di un bambino che non crede in Dio e, in un sogno, si fa promettere da suo padre che loro due non sarebbero mai morti, un viaggio nel quale vedere la morte ci farà venire voglia di vivere, cosa di cui sono consapevoli tutti coloro che in qualche modo si sono scontrati con questa malattia, sia per averla vissuta sulla propria pelle che per averla vista distruggere la vita dei propri cari.

L’ossatura musicale del disco, come vi anticipavo, vede come protagonisti tutti i fantastici musicisti della formazione, il cui talento invece di essere imbrigliato all’interno del concetto di band, è stato lasciato libero di esprimersi, permettendogli di mettere in luce le peculiarità artistiche di ognuno dei suoi componenti. Questo non è il disco di Manuel Agnelli, è il disco degli Afterhours.afterhours

Il doppio album si apre con “Grande”, con quella promessa, purtroppo tradita, fatta da un padre a un figlio, la promessa di non morire mai, che però gli ha permesso di crescere. Il pezzo ci rivela che in fondo entrambi non moriranno mai, le loro anime vivranno per sempre in questi brani. “Il mio popolo si fa”, con la sua “se non puoi fare niente di bello, devasta qualcosa di bello”,  è una critica post rock alla nostra società. Qui inizia ad insinuarsi il culto della sfiga, vengono fuori quelle nostre insulse superstizioni italiane; questo della sfortuna, è un tema che aleggia sull’album quasi fosse una spada di Damocle e che cammina a mani intrecciate con quello del cancro. Lo ritroviamo in “San Miguel”, brano dai contorni inquietanti, una sorta di incrocio tra un rito tribale e una preghiera, dove le sperimentazioni dell’album raggiungono il culmine, con suoni che farebbero invidia alla colonna sonora di un horror.

L’album è un alternarsi di suoni post rock e post punk, uniti a pezzi e ballate più orecchiabili, che però non perdono la complessità del tappeto sonoro, con arrangiamenti sempre geniali e ben architettati. Penso a brani come “Non voglio ritrovare il tuo nome”, pezzo che mi ha conquistata al primo ascolto e che ritengo essere uno dei più belli e sentiti e la successiva “Ti cambia il sapore”, brano che parla degli effetti della chemioterapia, dove un testo doloroso viene accompagnato con dei suoni più leggeri, che creano un contrasto interessante, con passaggi dal contorno brit. “Folfiri o Folfox”, rappresenta la rabbia, con la sua spietata critica alla sanità si appoggia a suoni industrial con delle diramazioni techno. L’album torna a rilassarsi con “Né Pani Né Pesci”, che parla di libertà, laicità, della forza che deve trovarsi in quello che si ha e non nella speranza di qualcosa che piova dal cielo. “Ophrix” ha un nome che si avvicina molto a Ophris, nome scientifico che identifica l’orchidea, che vediamo campeggiare in copertina e che in natura rappresenta l’equivalente del cancro. L’album si chiude con un brano dal titolo “Se io fossi il Giudice”, brano che rappresenta la luce, la fine di un incubo, il risveglio, la speranza, la voglia di vivere. Un pezzo che ti fa venire le lacrime agli occhi, che ti fa mettere davanti allo specchio per conoscere una persona nuova, quella che si aggrappa alla vita, consapevole della nuova forza che il dolore le ha tatuato addosso. “Voglio essere felice e non me ne frega più un cazzo se è la cosa più banale del mondo.” Così Manuel ci saluta alla fine della sua presentazione del disco!

Non ho mai dato i voti a un album, ma questa meraviglia merita un bel dieci, per il coraggio, per le sperimentazioni, per quello che implica a livello emotivo, per lo schiaffo in faccia a tutti i detrattori che hanno parlato troppo presto.

Questo album è tutto tranne che mainstream, è tutto tranne che un lavoro nato per compiacere un certo pubblico; è la vittoria di una band che è stata ferita, che si è trasformata e cha ha saputo virare verso un nuovo universo!