Admiral Fallow: Tiny Rewards – la recensione

admiral fallow Tiny RewardsAdmiral Fallow, Tiny Rewards è il loro terzo album in studio e segna, per certi versi, una svolta epocale

Di Elena Giosmin

Gli Admiral Fallow, nascono nel 2007 a Glasgow, dall’idea del cantautore Louis Abbott – voce solista e chitarra, a cui si uniscono Kevin Brolly – clarinetto, tastiere, voce e percussioni; Philip Hague – batteria, percussioni, voce; Sarah Hayes – flauto, pianoforte, fisarmonica, voce; Joe Rattray – basso, voce.
Ispirandosi ai gruppi della scena indie locale, gli Admiral Fallow propongono un indie folk colto, dagli arrangiamenti complessi ma delicati e con testi profondamente personali e intimisti.

Questo Tiny Rewards è il loro terzo album in studio e segna, per certi versi, una svolta epocale: i suoni sono più crudi, l’elettronica e le asperità rock vanno a sostituire il tappeto musicale che caratterizzava il sound della band. Flauto e clarinetto sono ora nascosti in un insieme di suoni estremamente complessi e dissonanti rispetto alla timbrica sempre calma e quasi apatica di Abbott e di Sarah Hayes.

Anche il punto di vista profondamente personale dei testi nei dischi precedenti è ora sostituito da una più ampia gamma di esperienze, una liricità più ampia ed esterna. Si è abbandonata la “giovinezza” per addentrarsi nel mondo adulto.

Apre l’album Easy as breathing, ed è subito straniamento: non è la ballad che ti aspetteresti ma un incipit rock, batteria serrata, chitarre e nessun manierismo folk.
Segue Evangeline, minimalismo assoluto di basso, voce e batteria in levare, con un suono quasi dark che viene man mano addolcito dall’aggiungersi di chitarra e pianoforte e dal controcanto di Sarah.
Con Happened in the Fall arriva l’elettronica, in punta di piedi, quasi sussurrata con un sintetizzatore che disegna con poche note la base ritmica.
Good Luck e Holding the Strings si caratterizzano per un fraseggio musicale in contrasto con il canto, come se ci fossero due velocità parallele tra cantante e band che poi si riuniscono nel ritornello.
In Sunday e in Building as Foreign intravediamo l’ombra dei vecchi Admiral Fallow, ma resta quel senso di spaesamento dovuto alla ritmica sempre leggermente dissonante e i fiati solo in secondo piano che, in certi momenti, aguzzando le orecchie, riecheggiano arrangiamenti alla Sufjan Stevens di Illinois. È quasi una transizione tra la prima e la seconda parte di Tiny Rewards.

Il rimando a Sufjan Stevens è infatti dichiarato in Salt (la band è fan del cantautore statunitense): splendido duetto, delicato e malinconico. Con questa canzone si apre la seconda parte del disco: più calma, positiva a livello sonoro, incentrata sull’intreccio vocale tra Abbott e Hayes e meno sugli arrangiamenti contorti.
È la parte dell’album che preferisco, per la semplicità voluta di approcciarsi ai suoni e agli arrangiamenti.
La lunga intro musicale di Some Kind of Life si sviluppa poi in un’intimista canzone di autoriflessione (a detta di Abbot aiutata da una bottiglia di whiskey) che culmina in un liberatorio ritornello.
Liquor and Milk nasce dalla prima sessione di registrazioni della fine del 2013: qui Abbott immagina di essere un vecchio che riflette sulla propria esistenza, sostanzialmente inutile (in una strofa ritroviamo anche il titolo dell’album).
Carousel e Seeds chiudono questa seconda parte con delicatezza e una sorta di piacevole rimpianto, come un allontanarsi tranquillo, durante una passeggiata autunnale.

La malinconia è la caratteristica predominante di questo Tiny Rewards. Il passaggio all’età adulta, la perdita dell’ingenuità tardo adolescenziale, dell’ardore giovanile nel vivere sempre in prima persona ogni cosa, porta la band a una scelta di continua messa in discussione e Abbott sceglie anche di affrontare tematiche più complesse a livello lirico. Il dubbio, l’autocritica e la riflessione si riflettono nei suoni come nei testi di questo lavoro, in un continuum di senso assolutamente coerente. La sperimentazione è fatta con sapienza, senza snaturarsi ma al contrario evolvendosi.