MOVIE STAR JUNKIES focus on “SON OF THE DUST”

Appena inseriamo il disco nel lettore due cose saltano subito alle orecchie; il suono caldo ed avvolgente dato dalla modalità di registrazione, in presa diretta e dalla location, una vecchia stalla nel cuneese, e quegli arpeggi di chitarra così volutamente stonati da richiamarci i Babyshambles e l’Inghilterra malinconicamente vittoriana; E queste due sensazioni ci accompagnano per tutto l’album. Questo è il terzo album pubblicato dai Movie Star Junkies, il loro genere spazia da Nick Cave e le “murder ballads” al rockabilly più avvolgente; l’ album continua il percorso intrapreso nel 2008 e poi proseguito nel 2010; ma se con l’album d’esordio si presentavano più grezzi, spregiudicati, con riff di chitarra ed arpeggi di facile ascolto ed il rockabilly la faceva da padrone, e se con il secondo album, meno urlato, ma lo stesso molto diretto, avevano iniziato un’evoluzione musicale, distaccandosi dagli arbori giovanili degli early days, con “Son Of The Dust” la metamorfosi si completata con successo. L’album è di quelli che ascolteresti all’infinito; lascia il segno e si ascolta volentieri tutto dall’inizio alla fine, e se un album ha queste caratteristiche è un buon album. Per le atmosfere create richiama anche l’ambiente. Il disco è un lungo racconto in cui le vicende dei personaggi sono declinate in dieci brani; un viaggio che ruota intorno a tre personaggi: uno straniero, un prete ed un contadino, “son of the dust” appunto, che diventa il capro espiatorio di un paesino rurale che cerca di sconfiggere la siccità aggrappandosi a vecchie leggende e tradizioni. Dal disco emerge la malinconia che sfocia anche in paranoia con la ripetizione ossessiva di versi sopra giri strumentali che rivelano sofferenza. Emerge la grande passione per la vita vissuta, la sofferenza che essa ha causato e la gioia ormai lontana di giorni da invincibili che i ragazzi hanno voluto cantare in questo disco perché non riuscivano più a tenersela dentro. All’inizio ti sorride, poi ti prende per mano per un viaggio surreale dalle sfumature cinematografiche e questo è quanto. Si riconoscono come echi, come lampi in lontananza i Doors in “There’s A Storm”, neanche a farlo apposta; oppure la voce di Pink, ovvero di Roger Waters, in “Cold Stone Road” ed altri ancora, ma sono sfumature, omaggi. Il coinvolgimento massimo si ha sulle note di “The Damage Is Done”, forse la migliore dell’album, anche se l’atmosfera più alta, da pelle d’oca, è sicuramente raggiunta dal ritornello di “A Long Goodbye”, da brividi.Il disco è veramente bello, ma se si vuole muovere una critica negativa, difetta di individualità, il che è in linea con l’atmosfera di “uniformità” forse ricercata dalla band, ma chissà come si evolverebbe la musica con un buon riff o un solo particolare o un ritmo di batteria originale; si avverte forse anche la mancanza di una canzone indubbiamente bella, non un singolo da hit, ma di quelle che lasciano il segno, che danno il marchio alla band.

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Davide Pinchiroli