Rock in Idro 2014 DAY3 : il report della giornata

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Rock in Idro 2014: DAY3  – Domenica 1 giugno – IRON MAIDEN – ALTER BRIDGE – OPETH – BLACK STONE CHERRY – EXTREMA – HAWK EYES – SKILLET 

di Sergio Sciambra

Il Rock in Idro 2014 non è iniziato sotto i migliori auspici: la prima giornata del Festival è stata annullata causa maltempo poche ore prima dell’inizio dei concerti, suscitando il dispiacere e disappunto dei possessori del biglietto. Ma, arrivati al terzo giorno, si tratta ormai di un ricordo lontano: sotto un sole cocente ed un cielo terso si radunano a poco a poco all’Arena Joe Strummer di Bologna le migliaia di persone ritrovatesi in città per presenziare alla giornata dedicata all’hard rock/metal, sotto l’insegna degli headliner Iron Maiden.

I concerti del primo pomeriggio sono scarsamente popolati, solo una piccola parte di quelli che saranno presenti la sera ha già varcato l’ingresso (sicuramente la mancanza di un timbro o braccialetto che permettesse di allontanarsi dall’area festival per poi rientrarvi ha sfavorito le presenze durante le prime ore di concerti); alle 4 e mezza, però, l’area davanti al palco c’è già una discreta folla in attesa dei Black Stone Cherry. L’hard rock/southern dei quattro statunitensi è l’ideale per riscaldare il pubblico, che reagisce più positivamente di quanto accada in genere a metà pomeriggio in un festival estivo. Del resto la breve scaletta dei BSC, più che sull’ultimo album del gruppo (“Magic Mountain”), presente con una sola traccia, è principalmente incentrata sui singoli estratti dai quattro album precedenti , canzoni spesso conosciute sia dai fan che da ascoltatori e spettatori occasionali. Peccato che nel cantare chorus e nel seguire la chioma del chitarrista Ben Wells che scorrazza su e giù per il palco si debba spendere tutta l’attenzione da dedicare al gruppo, dal momento che (come sarà anche per i successivi opening) i volumi di basso e chitarre sono un po’ troppo sacrificati a favore della voce.

Questa la scaletta eseguita dai Black Stone Cherry :

Maybe Someday

Me and Mary Jane

Yeah Man

In My Blood

Blind Man

White Trash Millionaire

Blame It on the Boom Boom

Lonely Train

Il sole inizia a lasciar spazio ad un po’ d’ombra almeno in qualche angolino dell’Arena quando gli Opeth prendono posto sul palco, davanti ad un telone che riprende la copertina del loro ultimo lavoro in studio , “Heritage” (2011). Gli Opeth sono un nome blasonato del mondo metal, e averli nel bill di un festival estivo è sicuramente un punto d’onore. D’altronde, la prestazione della formazione svedese è di alto livello tecnico, una lezione di precisione e versatilità impartita sulle complicate strutture death-prog dei pochi (ma lunghi) brani eseguiti per l’occasione. Nonostante questo, e nonostante non siano in pochi ad accorrere sotto il palco al suono del pezzo dei Popol Vuh che funge da intro sfoggiando magliette , toppe e tatuaggi della band, va detto che la collocazione nella fascia pomeridiana di un festival estivo, perdipiù incentrato prevalentemente su altri (e più orecchiabili) generi, non giova alla resa del concerto degli Opeth; sembra saperlo lo stesso Mikael Akerfeldt, frontman della band, quando prima di un paio di pezzi preannuncia che non si tratta di composizioni adatte ad un festival estivo di quelle dimensioni.

Questi i sei brani eseguiti dagli Opeth:

Deliverance

Heir Apparent

The Devil’s Orchard

Atonement (+assoli)

Demon of the Fall

Blackwater Park

Ultimo opening act gli statunitensi Alter Bridge. Probabilmente dal loro set era lecito aspettarsi un po’ di più: i suoni sono abbastanza carenti, soprattutto se paragonati alla mega produzione dei lavori in studio, e le canzoni, con la botta della sezione ritmica e le peripezie solistiche di Tremonti sgonfiate di potenza, rendono meno e a tratti sembrano somigliarsi tutte. Per fortuna la forza dei chorus, fra i marchi di fabbrica della band, rimane intatta grazie all’ottima prestazione di Miles Kennedy, che si riconferma come uno dei migliori cantanti della sua generazione; così, se il concerto non è nulla di rivelatorio, sono in molti a godersi questa scaletta imperniata su “Fortress”, l’ultimo lavoro in studio della band, ma che non dimentica pezzi come “Metalingus”, “Blackbird” o “Find The Real”, che per molti sono ormai dei classici del hard rock/metal contemporaneo. Del resto la solida fanbase degli Alter Bridge è ampiamente rappresentata sul prato antistante il palco, e i ragazzi venuti per cantare a memoria le loro canzoni sono più di quanti mi sarei aspettato di vedere.

La setlist degli Alter Bridge:

Addicted to Pain

White Knuckles

Find the Real

Farther Than the Sun

Come to Life

Cry of Achilles

Fortress

Ghost of Days Gone By

Ties That Bind

Metalingus

Blackbird

Rise Today

Isolation

Come le migliaia di ragazzi in giro per Bologna con indosso l’effigie di Eddie dimostravano già dalle prime ore del mattino, gli Iron Maiden sono ovviamente le grandi star della giornata. Per questo, quando verso le nove e mezza parte Doctor Doctor degli UFO, la canzone che per tradizione annuncia l’arrivo della band britannica, la folla va in delirio. Poco dopo, un video a base di ghiacciai artici ed esoterismo ci fa capire che anche questo tour, come quelli del 2012 e 2013, riprende canzoni e atmosfere dello storico “Maiden England”. Questo vuol dire, da un lato, una scaletta dedicata agli album anni ‘80 degli Iron Maiden, soprattutto a “Seventh Son Of A Seventh Son” (“Moonchild”, “Can I Play With Madness?”, “The Evil That Men Do” e la title track, per scenicità e pathos la vera regina dello show): qualche cambio rispetto alla scaletta del tour scorso (fuori “Afraid To Shoot Strangers”, “Running Free” e “The Clairvoyant”, dentro “Revelations”, “Sanctuary” e “Wrathchild”), e una sola eccezione al criterio filologico, l’immancabile “Fear Of The Dark” (1992). Dall’altro lato, tour antologico vuol dire, come sa bene chi nel 2008 era in questa stessa location per il “Somewhere Back In Time Tour”, un apparato scenografico spettacolare, roba da far andare in brodo di giuggiole ogni Maiden fan che si rispetti: due scenografie monumentali a tema Seventh Son, di cui una comprensiva di un inedito (finto) organo con tanto di (vero) tastierista, l’immancabile walking Eddie, costumi di scena vari, e un arsenale notevole di pyros, fuochi d’artificio, geyser di scintille e botti vari. La band appare più in forma rispetto all’anno scorso: Dickinson ha recuperato smalto, e senza indugiare in molte chiacchiere fa del palco il suo parco giochi, con l’energia, la teatralità e il carisma che sono il suo marchio di fabbrica. Certo, uno show fisico e muscolare come questo incide di tanto in tanto sulla resa vocale, e l’età che avanza non aiuta, ma nel complesso il ragazzo è ancora in grado di dare spettacolo e reggere una scaletta di certo non facile in maniera soddisfacente. Unico un po’ sottotono è Nicko McBrain, probabilmente reduce da un infortunio (aveva una specie di tutore al braccio), e non risente granchè dell’atmosfera positiva che, sarà un po’ d’entusiasmo per il tour iniziato da poco, sembra impregnare il palco e la prestazione del gruppo.

Quando dalle casse inizia a suonare “Always Look At The Bright Side Of Life”, il pezzo dei Monthy Piton che segue i concerti dei Maiden, ci si rende conto che per i fan è stato un trionfo: difficile aspettarsi qualcosa di diverso, quando a una nutrita quantità di seguaci del gruppo si dà in pasto una scaletta come questa, una sorta di best of che inanella uno dopo l’altro, sullo sfondo di una produzione scenica esplosiva, una serie di classici e chicche osannate da decenni dalla popolazione maideniana.

La scaletta degli Iron Maiden:

Rising Mercury (intro)

Moonchild

Can I Play with Madness

The Prisoner

2 Minutes to Midnight

Revelations

The Trooper

The Number of the Beast

Phantom of the Opera

Run to the Hills

Wasted Years

Seventh Son of a Seventh Son

Wrathchild

Fear of the Dark

Iron Maiden

Encore:

Churchill’s Speech

Aces High

The Evil That Men Do

Sanctuary

Qualche considerazione bisogna farla anche sull’organizzazione del Rock In Idro: tralasciando le spinose controversie sull’annullamento del giorno 1, ci sono da riconoscere vari meriti, almeno a livello di scelta del bill: in particolare, con questa terza giornata si è cercato di non approfittare dell’”effetto Iron Maiden”, garanzia di numeri sicuri che spesso, in passato, ha fatto sì che i festival italiani affiancassero alla band inglese gruppi di semisconosciuti o del tutto decontestualizzati; questa volta ci sono band che riscuotono un certo successo, con una loro fanbase più o meno folta e comunque compatibile o in parte sovrapponibile con quella degli headliner, a beneficio della partecipazione ai concerti e del divertimento complessivo. Però mettere dei buoni gruppi su di un palco in mezzo a un prato è un buon inizio, ma non è un Festival che possa competere con i suoi concorrenti europei. Da un lato c’è bisogno di più attenzione al punto di vista della fonica per i gruppi d’apertura, e dall’altro di predisporre qualche alternativa per chi non voglia trascorrere tutto il tempo buttato sul prato o davanti al palco, sotto il sole: due o tre stand di birre e panini e uno di tatuaggi temporanei e occhiali da sole non sono esattamente abbastanza per trascorrere piacevolmente un’intera giornata ad un festival (soprattutto considerata l’impossibilità di uscire dall’area); senza chiamare in causa il Download o lo Sziget, chi c’era al Gods Of Metal del 2008, non certo un festival che brillava per organizzazione e completezza, ricorderà che era presente anche un’area mercato, con bancarelle di dischi, vestiti e roba varia. Ma va detto anche che questo è il primo anno del Rock In Idro a Bologna e il primo anno dopo un’estate di pausa; considerato che del buono c’è stato già, eccome, per le edizioni future c’è da essere fiduciosi.