Patti Smith: la Sacerdotessa del Rock al Carroponte

patti smithPatti Smith. Lei. L’unica. Dal vivo al Carroponte lo scorso 25 luglio. Non servono parole. Con lei non servono mai parole. Quelle complicate che cercano di spiegare. Quelle in eccesso che cercano d’interpretare. Quelle superflue che cercano di riportare un’emozione grandissima. La signora indiscussa del rock porta a Milano Horses: il suo primo disco. Datato 1975. Sale sul palco, puntuale e stringendo una bandiera di Emergency. Con la sua solita mise e due trecce ordinate a incorniciare il viso. Inizia serafica e senza orpelli.

Le note della bellissima Gloria riempiono il Carroponte di un’intensità stranissima. Il pubblico è a dir poco estasiato dalla voce, dai gesti e dal profilo di questa donna incantevole. Cantano tutti assieme a lei. E stasera tutti significa proprio tutti. Ci sono ragazzi e ragazze, uomini e donne di tutte le età, coppie di cinquantenni che si fanno prendere da un misto di esaltazione e nostalgia. La prima parte della serata ci ragala Redondo Beach, Birdland, Free Money, Kimberly, Break It Up, un’allucinante Land (chiusa stupendamente con una ripresa di Gloria) e Elegie, pezzo struggente dedicato a tutti quelli che sono andati via e che la meravigliosa Patti Smith saluta con un poetico farewell finale gridato al cielo.patti smith

La cantante di Chicago esce di scena solo per un attimo. La seconda parte, infatti, attacca subito per far toccare a questa serata il suo acme. Si inizia con una cover di Neil Young, It’s a dream. Poi Nuggets Medley, Summertime Blues (una cover di Eddie Cochran) e Pissing in a River. Ma il bello deve ancora arrivare. Ci avviciniamo agli ultimi pezzi.  Due canzoni che hanno segnato la storia della musica e che segnano adesso i volti dei presenti, assolutamente portati altrove, scaraventati in un universo di bellezza che Patti Smith crea e regala a piene mani. Because the Night prima e People Have the Power dopo. Due momenti a cui non è mancato niente.

patti smithDue momenti in cui la sottoscritta si è scoperta talmente rapita da aver perso l’uso della mandibola. Prima di salutarci, ormai svestita e spettinata, Patti Smith canta ancora una volta. My Generation degli Who. Il pubblico esplode in un applauso fortissimo. Lei sorride. Io cerco di riprendermi. E’ un viaggio.

Patti Smith è un lungo viaggio. Storie, toni, posti da scoprire. Dolore, rabbia, nostalgia. La sua voce, le sue parole. Tesse qualcosa di magico che rapisce i sensi. Costruisce una struttura emotiva che sovrasta i corpi, che unisce, che allieta. Sembra riuscire a spiegare ogni volta il senso di questa strana vita. Come di un sorriso, come di un grido, come di un corpo che si riconosce alla fine capace di resistere e cantare, capace di guardarsi le ferite e trovare in esse la forza per continuare a lottare. Meravigliosa.

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