Napalm Death & Hatebreed al Magnolia – le foto

napalmdeath-11Foto e Report: Mario Carina

Giovedì sera. Le opzioni della serata sono:

– Festival di Sanremo sulla RAI.

– Napalm Death & Hatebreed al Magnolia di Segrate.

Escludendo a priori il divano e la soporifera (quest’anno più degli altri anni) kermesse musicale ligure, si và sul sicuro con i paladini del grindcore e del metalcore in una serata da co-headliner.

Sono passati solo pochi mesi dall’ultimo uragano sonoro imbattutosi su Segrate con i Brutal Truth, che eccomi dover tornare in trincea per attendere l’impatto con la  tempesta che si preannuncia ancora più violenta e devastante della precedente. Ad aprire la serata gli italiani Ready, Set, Fall che suonano un moderno e onesto metalcore.

Napalm Death, da Birmingham,West Midlands, culla della rivoluzione industriale e del heavy metal. Nati sotto il pugno della thatcher. la working class e dell’anarco-punk, la band ha portato il suono del metal all’estremo. Coniando così la definizione di grindcore. I quattro “ragazzi” si presentano in gran forma. Suono potentissimo e compatto. Senza compromessi. Barney, sembra tarantolato. Non sta fermo un attimo e sa tenere il palco. Il pubblico è un groviglio di carne informe.

La scaletta è ben nutrita:brani estratti dal più recente Utilitarian (“The wolf i feed”) o “The code is red”, fino ad arrivare alle vecchie e immortali glorie di Scum (“Life?”, “You suffer”, “Scum”) passando per From Enslavement To Obliteration (“Unchallenged Faith”) e Harmony Corruption (“Suffer the children”). Non potevano mancare in chiusura la cover dei Dead Kennedys “Nazi punks fuck off” “Siege of power”.

Cambio palco e cambio “genere”. Gli Hatebreed salgono sul palco indossando maglie rispettivamente di D.R.I, Celtic Frost, Obituary e Carcass… tanto per chiarire subito quali sono le loro origini. Alla fine degli anni 90, quando la parola d’ordine era “corssover” (in senso molto ampio) e quando negli ambienti dell’hardcore si stavano perlustrando nuove frontiere sitlistiche (Snapcase, Earth Crisis), il quintetto del Connecticut intraprendeva la strada che avrebbe poi portato al moderno metalcore, fondendo l’aggressività e immediatezza dell’hardcore a laSick Of It All con la pesantezza del metal degli Slayer. Carichissimi, spezzano subito il fiato al pubblico sottopalco con riff monolitici e tempi cadenzati. Il microfono del cantante è un pò gracchiante, ma il pubblico non sembra farci molto caso. Per la successiva ora e mezza di concerto il ritmo rimane molto serrato e non tende a cedere. Più di una volta il cantante chiede al pubblico, che inizia ad accusare il colpo, se ne vuole ancora, ma la risposta è sempre affermativa. e allora giù con le mazzate. Muscoli tesi sia sopra che sotto il palco. La gente poga, salta, fa crowdsurfing, la security questa sera deve faticare. Il cantante incita il pubblico ad andare all’indomani al lavoro conciato malamente, come lo sarà la sua voce. Una sorta di fight club catartico. Una ventina di pezzi in scaletta che hanno abbracciato l’intera carriera della band (ma di cui conoscevo solo i pochi pezzi presi tratti Satisfaction is the Death of Desire).

Sangue, sudore e niente lacrime. Così si è conclusa la serata al Magnolia.

Le foto:

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