L’Introverso @ 75 Beat – live report e foto

IMG_0097Report di Eleonora Montesanti

Photo di Carlo Spoldi

L’INTROVERSO @ 75 BEAT – MILANO, 22 febbraio 2014

Mentre l’attenzione generale è focalizzata sulla scontatezza della finale del Festival di Sanremo c’è sempre qualcuno che con la musica cerca di divertire ed emozionare in maniera sana e genuina. Sul palco del 75 Beat c’è L’Introverso, una giovane band milanese con un disco all’attivo intitolato Io e uscito nel 2013 per La stanza dischi.

La sala è gremita di gente, il gruppo gioca in casa e si sente. Lo si percepisce sia dal loro entusiasmo e dalla loro voglia di mettere tutto in gioco, sia dagli occhi attenti e fieri del pubblico, che non si distrae un attimo. Il live inizia da Sospiri, brano dal sapore agrodolce che evidenzia fin da subito l’energia comunicativa della band e la particolare armonia che si crea tra la voce delicata di Nico Zagaria e la potenza degli strumenti. La formazione è classica: due chitarre elettriche (Nico Zagaria e Marco Battista), basso (Futre), batteria (Elia Rocca) e tastiera (Alessandro Spoldi). Ogni tanto spunta anche un interessante mandolino (Marco Battista). La scaletta è un crescendo, la tensione emotiva si cumula canzone dopo canzone in un mix di rabbia e consapevolezza. Il tutto avviene in maniera composta, gli unici movimenti sul palco sono quelli che legano il musicista al suo strumento, come fossero un tutt’uno. Non c’è bisogno di troppe spettacolarizzazioni quando ci sono trasporto, qualità e contenuto. Quello de L’introverso, infatti, è un concerto innanzitutto da ascoltare, perché sia a livello testuale sia a livello melodico offre l’opportunità di cogliere dettagli e sfumature che arrivano dritte allo stomaco. Canzoni come Primo attore, Speranza o l’inedita Lo scivolo d’oro sono immersioni in un individualismo allo stesso tempo solitario e collettivo, mai fine a se stesso.

La tensione esplode su Tutto diverso, una bomba che investe tutti e che, personalmente, mi lascia a bocca aperta, perché nella versione su disco è risultata la più ostica. L’incipit di basso e batteria, a cui si uniscono chitarra e tastiera si scioglie in progressioni musicali potenti, ma mai disturbanti; il brano appare equilibrato, divertente e così forte da far quasi vibrare le pareti del 75 Beat.

A questo punto viene spontaneo raccogliersi, diventare intimi. E’ il momento di Nuvola Rotta e Da solo. Quest’ultima invoca la solitudine come condizione necessaria per salvarsi da se stessi. Perdersi per ritrovarsi: lascia che mi sieda a terra in questa nebbia, perché è star da solo quel che mi salva. Poco dopo, infatti, rimane sul palco solo Nico Zagaria che con chitarra acustica e voce si cimenta in una cover di Quello che non c’è degli Afterhours, eseguita con tanta umiltà e tanta emozione. Gli sussegue Viaggiare e poi, un cumulo nostalgico di ricordi che pizzicano lo stomaco e restano sospesi, a cui si aggiunge solo la tastiera, di modo da non turbarne l’estrema morbidezza.

L’America, uno dei pezzi più accattivanti di Io, viene accolta con molto entusiasmo da parte dal pubblico; mentre la band si riposiziona sul palco Nico ne approfitta per raccontare che questa è una dedica a Milano, vista un po’ come l’America d’Italia. Nel testo si ritrova una sorta di similitudine tra l’individuo e la città: una conquista, un’infatuazione, una speranza per chi vi si approccia per la prima volta, fonte di disillusione e lacrime per chi la conosce da sempre. Il ritornello infatti recita: è la mia città, la guardo e dentro è tutta lacrime; è la mia città, la guardo e vedo che è proprio come me. Il concerto si chiude con Noia, un loop ipnotico arricchito dal mandolino che smaschera l’apatia e vi si piega con cognizione di causa.

In conclusione, L’Introverso è una band senza dubbio da tenere d’occhio per il suo singolare approccio al rock d’autore attraverso un viaggio necessario nelle sfaccettature dell’interiorità e dell’egocentrismo, il quale, però, non si rivolge solo a se stesso, ma rimane testardamente a dimenarsi tra la precarietà e le certezze del mondo.

Foto di Carlo Spoldi:

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