Indiegeno Fest: Il report della serata conclusiva

La serata del 10 agosto era di certo la più attesa dell’Indiegeno Fest. Protagonisti assoluti gli Afterhours, anticipati da Daniele Celona, Giovanni Truppi e Cassandra Raffaele.

La curiosità di vedere il vero rock immerso nello splendido teatro di Tindari era tanta, ma lo era anche quella di scoprire se il pubblico della band milanese sarebbe rimasto seduto o avrebbe stravolto tutte le regole dell’Indiegeno Fest.

Il compito di dare il via alla festa è toccato a Daniele Celona, che ha stravinto col suo live perfetto. Il pubblico era totalmente incantato sulle sue note e la sua band è stata eccezionale. Si è dichiarato contento di esibirsi su questo palco ed ha augurato lunga vita al festival, parlandoci anche della sua Sardegna e facendo esplodere il pubblico con una dedica a tutti coloro che sono vittime del precariato.

Subito dopo è stato il turno di Giovanni Truppi che è riuscito a tenere testa al pubblico che già cominciava a scalpitare per gli Afterhours. Il suo live è stato molto carico e la platea l’ha accolto a dovere, dimostrandosi attenta alla sua proposta musicale.

Il tempo scorreva e l’attesa per gli After faceva scalpitare molti, che purtroppo non hanno mostrato gran rispetto e attenzione per l’eccezionale live di Cassandra Raffaele, unica esponente della Leave Music ad esibirsi al Teatro Greco con un set molto eterogeneo e fortemente rock, che però non è stata accolta col rispetto che avrebbe meritato. La platea, dimenticando di essere ad un festival, durante la sua esibizione si è spaccata in due tra chi applaudiva e cantava insieme all’abile artista siciliana e chi invece scalpitava per avere sul palco gli Afterhours. Nonostante ciò Cassandra, coraggiosa, ha portato a casa un live eccezionale, grazie anche al suo fonico, Carlo Longo, che ha compiuto in pochi secondi un vero e proprio miracolo ai suoni durante le prime note dell’esibizione, quando si è fatto presente un piccolo problema tecnico. La proposta di Cassandra Raffaele l’ha vista spaziare tra brani più elettronici, altri ad alto contenuto cantautorale, che per l’occasione sono stati resi più rock, ed altri ancora in cui il live si è fatto più intimo e ricercato. Aprire gli Afterhours non è mai impresa semplice, ma alla fine è riuscita a conquistare anche i più scettici, che l’hanno applaudita come meritava.

Arriva il momento degli Afterhours, il pubblico comincia ad alzarsi, le sedie spariscono e parte un tripudio di voci e cori degni di un palazzetto o addirittura di uno stadio. La formazione porta in tour il nuovo doppio album “Folfiri o Folfox” ispirato dalla dura battaglia che ha visto il padre di Manuel Agnelli soccombere al cancro e che ha segnato profondamente l’artista. Parlare di certi temi non è semplice, solo gli Afterhours potevano riuscirci.

L’ingresso sul palco è opposto a quello che ci si attende generalmente. Manuel Agnelli è il primo a comparire, accompagnato dal pianoforte sulle note di “Grande”. Sul finire del brano appare sul palco il resto della band e il teatro esplode grazie alla potenza di suono dalla quale veniamo travolti e che ci fa saltare dalle sedie e cominciare a cantare e urlare fino alla fine dello spettacolo.

Nella vita si devono chiudere dei capitoli se se ne vogliono aprire di nuovi. Questa è la frase con cui Manuel Agnelli ci ha introdotto “Non voglio ritrovare il tuo nome”, una delle ballate più coinvolgenti del disco.  “Ti cambia il sapore”, “Il mio popolo si fa”, “L’odore della giacca di mio padre” vengono accolte con lo stesso calore dei pezzi storici quali “Ballata per la mia piccola iena”, “Padania”, “Male di Miele”, “Il sangue di Giuda”, “Pop (una canzone Pop)”, “Quello che non c’è”, “Bye bye Bombay”.

Le note di “Se io fossi il giudice” ci fanno credere che tutto sia finito, ma il pubblico non si arrende e comincia a cantare a squarciagola “Voglio una pelle splendida” e loro rientrano sulle note della bellissima “Non è per sempre” per proseguire ancora un po’ a farci scatenare con la loro musica. Non sto a raccontarvi cosa accadeva negli intermezzi strumentali del live!

Manuel sul palco ha una band perfetta: le danze e il basso distorto di Dell’Era, gli archi e le tastiere di Rodrigo, il motore a mitragliatrice di Rondanini, le pose teatrali di Iriondo e il valore aggiunto dato dall’eccezionale Pilia, dimostrano che la band è in stato di grazia, probabilmente mai come prima.

Tutto scorre velocissimo, anche se il live ha toccato le due ore, e noi restiamo lì ancora stravolti dall’esperienza eccezionale del loro concerto, con la sensazione di non averne ancora abbastanza degli Afterhours, del loro rock e dei loro capolavori! Chiediamo ancora un bis, credo il quinto, ma tutto si spegne e dobbiamo rassegnarci a salutarli.

Il teatro non aveva mai suonato così bene come in questo live, come in questa edizione; finalmente l’Indiegeno Fest ha trovato la sua dimensione!

Egle Taccia