Indiegeno Fest: Il racconto della prima delle due serate conclusive

Indiegeno Fest torna a Tindari per la sua terza edizione, che vede ampliata l’offerta musicale, coinvolgendo molti dei luoghi che ruotano intorno al Teatro Greco e che si snodano all’interno della suggestiva cornice del Golfo di Patti(ME).

Che la Sicilia non sia la terra ideale per i concerti, figuriamoci per i festival, è storia risaputa, ma lo staff organizzativo che fa capo alla Leave Music e che vede Alberto Quartana come ideatore dell’evento, non ha voluto arrendersi neanche quest’anno, decidendo di portare la musica sull’isola per un’intera settimana.

In questi report vi racconterò le due serate conclusive del festival, quelle racchiuse nella strepitosa cornice del Teatro Greco di Tindari.

La serata del 9 agosto può dirsi eccezionale. Nonostante l’assenza di Artù per un problema di salute, tutto è filato liscio e l’offerta musicale ha mantenuto un livello altissimo, pur nella sua diversità.

Si parte col rock di Motta, che ci racconta “La fine dei vent’anni”, suo primo album solista, già un successo di pubblico e critica. “Prenditi quello che vuoi poi lo dimenticherai” è la prima frase che ci regala l’Indiegeno, tratta dal brano “Prenditi quello che vuoi”, alla fine del quale Motta ci presenta la band e “questo cazzo di posto incredibile! Scusate se ho detto cazzo”.

Mentre Motta si esibisce veniamo colpiti dalle splendide immagini proiettate su un grande albero accanto al palco, merito di Luca Pulvirenti, professore di applicazioni digitali per le arti visive all’Accademia delle Belle Arti di Palermo, che ha selezionato il progetto della studentessa Laura Balcazar. Immagini di barche, altre ipnotiche, che sembravano fatte apposta per ogni brano; un’idea eccezionale che ha attirato varie volte la nostra attenzione durante i concerti.

“Sei bella davvero” viene introdotta da una dedica ad un’amica transgender, a cui i genitori siciliani non rivolgono più la parola da anni, perché non sono riusciti ad accettare la sua nuova identità.

Motta continua a interagire col pubblico spiegando che i silenzi dei teatri gli fanno una gran paura e a pensarci bene non è difficile immaginare che, esibirsi su un palco del genere, un po’ di ansia la debba generare. Tra un brano e l’altro, in cui veniamo rapiti da suoni a dir poco perfetti, fa i complimenti ai tecnici del suono.

Subito dopo è il momento di Dente, uno dei nostri migliori cantautori, abile nel giocare con le parole e nel fare apparire sorrisi tra il pubblico. Arriva sul palco salutandoci con un “Ciao, che dire, comincio!”.

“Beato me” apre il suo live, che in realtà è un best of dei suoi brani più belli e delle sue battute più simpatiche. Inutile dirvi che la sua esibizione, chitarra e voce, è stata accompagnata dai cori del pubblico per tutta la sua durata, tanto che Dente, visibilmente emozionato dalla location, a un certo punto ha chiesto se fosse l’eco o tutti sapessimo a memoria i suoi brani.

Dopo “Saldati”, per Dente è il momento della camomilla, per non agitarsi, quella fruttata, ferma. E tutti lì a ridere! Poi ci spiega come il concetto di ciò che è recente oggi abbia perso valore. Secondo lui è tutta colpa di Snapchat!

Poco dopo mette in fila uno dietro l’altro tutti i suoi brani più belli: “Coniugati passeggiare”, “Buon appetito”, “A me piace lei” e “Vieni a vivere”. Il live si chiude, anche se avremmo voluto trattenere Dente ancora un po’.

E’ il momento dell’ospite più atteso della serata, Eugenio Finardi, che con i suoi “40 ANNI DI MUSICA RIBELLE” è pronto a riportare sul palco tutti i più grandi successi della ricca carriera e a riproporci l’album “SUGO”, uno di quei dischi che hanno cambiato la storia della musica italiana e l’hanno reso l’artista più indipendente che il nostro panorama musicale abbia mai conosciuto.

Il suo live è un concentrato di storia della musica. Durante la serata ha parlato di Battisti, degli Area, di Battiato, quasi come se fossero gli amici del bar, cosa che probabilmente per lui sono stati, ricoprendoci di aneddoti, facendoci capire cosa fosse veramente la scena musicale a quei tempi, scena in cui gli artisti si univano per aiutarsi vicendevolmente per far crescere la nostra storia musicale. Ci ha raccontato davvero tanto in un live emozionante sotto tutti i punti di vista. Anche lui, a dire il vero, si è mostrato emozionato di esibirsi su un palco così suggestivo.

Ha dedicato “Un uomo” ad una ragazza che lavora nell’hotel in cui alloggiava, che nel pomeriggio gli aveva detto: “stasera vengo solo perché suoni tu, a patto che esegui quel brano”. Dopo ha fatto un lungo discorso sulla Sardegna, sulla delocalizzazione delle aziende e su come perdere il lavoro possa distruggere la vita delle persone a tal punto da spingerle ad uccidersi. Ci ha anche raccontato di un episodio drammatico avvenuto ad un suo concerto, dove un uomo disperato gli ha urlato di aver perso tutto e chiesto di fare qualcosa per aiutare il popolo sardo. Credo sia stato uno dei momenti più toccanti del festival, accolto con un applauso che ha fatto tremare le gradinate del teatro.

Poco dopo ha eseguito “SUGO” al contrario, perché le logiche di un live sono opposte a quelle dei dischi. Come vi dicevo, ha presentato ogni brano raccontandoci un aneddoto sulla sua nascita.

Una delle chicche della serata è stata vedere Dente, concentratissimo, sottopalco, sognare insieme a noi, affascinato dalle note di Finardi.

Il pubblico si è scatenato con “Oltre gli anelli di Saturno” ed “Extraterrestre”, sulle cui note  il tecnico delle luci ha fatto una magia, con un fascio di raggi verdi che partivano dal palco e arrivavano fino in cielo.

Che meraviglia questa serata!

L’anno scorso avevo bacchettato l’organizzazione per alcune scelte tecniche non proprio felici, ma evidentemente le critiche servono, perché quest’anno è riuscita a raggiungere la perfezione e in questa serata merita davvero un bel dieci, sia per la scelta artistica, che per la qualità tecnica dell’evento.

Egle Taccia