Fan Report: Mumford and Sons Live @ Alcatraz Milano 14/3/2013

mumford_and_sons-3Ancora una volta lamusicarock.com lascia spazio alla voce dei fan che vivono i live   tra code, attese, lì giù dal palco, tra sudore, lacrime e sorrisi. Ecco a voi la recensione di Anthea, che aveva uno degli ambiti biglietti del live sold out dei Mumford and Sons @ Alcatraz Milano 14/3/2013.

La prima cosa che stupisce, una volta arrivati davanti all’Alcatraz di Milano, non è finalmente trovare un bel tempo dopo 2 giornate uggiose e piovose, ma l’enorme coda che avvolge il locale. Sono le 18.00 del pomeriggio e la fiumana di gente accorsa per assistere al concerto dei Mumford And Sons è in coda ordinata, nessuno spinge per superare, nessuno urla, anzi, tutti chiacchierano con tutti con fare affabile, come se si conoscessero già da anni. Il clima pare già molto bello all’inizio, la band può essere la migliore del mondo, ma è soprattutto il pubblico che rende speciale il concerto con la sua presenza ed il suo calore. “Come hai fatto ad avere il biglietto?”, chiede qualcuno, “sono andati sold out in 4 ore!”  E’ una domanda che mi ha fatto riflettere: cosa piace così tanto dei Mumford da creare sold out così immediati in tutte e 3 le date italiane, e in tutto il mondo? Non posso ancora rispondermi, per me questa sera sarà la prova del nove, dopo essermi persa Verona, lo scorso 2 luglio 2012, e vivendo di racconti entusiasti di varie amiche che non fanno altro che aumentare le aspettative. Finalmente le porte aprono e la gente lentamente fa breccia dentro l’Alcatraz. Due gli artisti in apertura: Jesse Quin e il duo femminile delle Deap Vally.  Jesse è un solista munito di chitarra acustica e canzoni che sarebbero perfette come sottofondo di una puntata di O.C, accolto bene dal pubblico stupisce a metà performance chiamando sul palco tutti i Mumford che lo accompagnano in due canzoni. Ci si inizia a divertire, l’effetto sorpresa piace, si scherza con battute a sfondo campagnolo (inevitabili ad un concerto del M&S!) e si accolgono con particolare calore anche le due Deap Vally: un po’ i Black Keys al femminile, portatrici sane di cellulite (e se ne sbattono: donne, imparate!) che suonano un rock potente in completini che farebbero invidia ad ogni sexy shop. Parlano con il pubblico, ci chiedono cosa sia una piadina e tra una canzone e l’altra buttano giù un po’ di whiskey. Brave (fa sempre piacere vedere due donne che fanno rock n roll), e… particolarmente apprezzate dal pubblico maschile! Alle 22 in punto i Mumford, accolti da battiti di mani, grida e braccia al cielo, salgono sul palco, iniziando subito con una splendida Babel immediatamente accompagnata da cori entusiasti. Si prosegue con l’hit I Will Wait  ed a questo punto la platea è già impazzita. Le luci di scenografia si accendono, sul palco, e anche  quelle appese in file sopra di noi, per tutta la lunghezza dell’Alcatraz. L’atmosfera è creata.  La nostra voce supera quella di un Marcus in forma, sorridente, felice di essere sul palco, esattamente come quella di tutti gli altri membri della band. E’ un piacere essere li, non un dovere, ed è proprio questo che i Mumford ci comunicano dal palco. La canzone successiva è l’ultimo singolo tratto da Babel, Whispers in the Dark, ma è la canzone che arriva dopo a farci emozionare: White Blank Page, un pianto disperato. E’ una delle canzoni che preferisco in assoluto e live è come un colpo dritto al cuore.  Holland Road,  Timshel, tra una canzone e l’altra la band prova a parlare in italiano “grazie” “buonasera Milano” le classiche frasi che tutti dicono ma che fanno impazzire. All’intro di Little Lion Man la platea si infervora,  le mani si alzano, la voce di Marcus ancora una volta viene surclassata dalla nostra. Non è un cantare per cantare, lo si può vedere sui volti del pubblico: le persone ci credono, si stanno divertendo, i sorrisi della band hanno contagiato tutti. Lover Of The Light, Thistle & Weeds, Ghosts That We Knew sono scandite una dopo l’altra, tutte accompagnate dalla voce del pubblico. I Mumford non si fermano, i fan nemmeno. Si canta tutti insieme una magnifica Hopeless. Succedono tre brani del loro album di debutto, Sigh No More:  Awake My Soul, Roll Away Your Stone e la toccante Dust Bowl Dance.  “Siete un pubblico fantastico, è sempre un piacere venire a suonare in Italia, siete il pubblico migliore che abbiamo, davvero” con queste parole la band si congeda prima dell’encore  (edit: oltre a questo c’è stato il momento ‘impara l’italiano con Marcus Mumford, dove il nostro uomo di pancia uomo di sostanza si lancia nell’apprendimento della parola ‘stronzo’, pronunciata da lui come ‘strozzo’. Più impegno, Marcus!). La band scompare, la platea li chiama, loro tra la sorpresa generale compaiono su un balconcino rialzato alla sinistra del palco. Il cuore sale in gola, questo vuol dire solo una cosa. Cala il silenzio, come ad una messa, e Marcus, Ben, Winston e Ted si lanciano in una commovente Sister, cantata senza microfoni. L’emozione è generale, il silenzio totale. Ad un certo punto una ragazza del pubblico si mette a cantare, linciaggio da parte della folla, la band ride. L’attacco di Winter Winds sveglia tutti dallo stato di trance mistica creato grazie a Sister. I cori riprendono, destinati a smettere solo dopo la fine di The Cave, ultima canzone del live di questa sera e grande hit della band. Lo show è davvero finito, noi chiediamo il bis. La band è felice, sorride, lancia plettri. Mi rispondo finalmente alla domanda posta prima di entrare all’Alcatraz: i Mumford piacciono perché sono veri nella loro semplicità. Suonano con il cuore, commuovono, le parole delle loro canzoni ti rapiscono, per quasi due ore dimentichi la realtà e vieni trascinata in un luogo lontano, che forse così lontano non è, perché seppure muniti di banjo e violoncello, questi 4 ragazzi sanno come si fa musica e, cosa ancora più importante, la sanno fare bene.

Tutti escono dall’edificio con i sorrisi stampati in volto, assetati per il troppo cantare, ma con una chiara promessa: “Ci si rivede al prossimo concerto dei Mumford”

Anthea